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Foro Italico 531
è il racconto di un anno di frequentazione del Campo Rom da parte di Stalker/Osservatorio Nomade e degli studenti dei corsi delle Facoltà di Architettura di Roma TRE e di TU Delft.

Il progetto ha il sostegno della ricerca “Nomadismo e città. Abitare informale, campi rom e ricoveri occasionali, letti attraverso le pratiche dell’arte pubblica” del DIPSU Dipartimento di Studi Urbani – Università di Roma TRE.

https://foroitalico531.wordpress.com
Sul campo si sono svolti i seguenti corsi universitari:

Arte civica 2006-2007, Suilettidelfiume
Facoltà d Architettura Roma TRE
Prof. Francesco Careri con Camilla Sanguinetti

Urban Body, Campus Rom
Facoltà di Architettura di TU Delft
Prof. Lorenzo Romito, Alexander Vollebregt , Giulia Fiocca

Laboratorio di Progettazione architettonica e urbana 2M
Facoltà d Architettura RomaTRE
Prof. Francesco Careri con Camilla Sanguinetti

Corso di arte civica 2007-2008
Facoltà d Architettura Roma TRE
Prof. Francesco Careri con Ilaria Vasdeki

Hanno partecipato:

Stalker/On
Francesco Careri, Lorenzo Romito, Aldo Innocenzi, Camilla Sanguinetti, Paolo Nicoletti Altimari, Ilaria Vasdeki, Pialivia Di Tardo, Barbara Dovarch, Manuela Ferrari, Bianca Idelson, Claire Chevrier, Patrick, Massimo Petrucci, Giovanni Piperno, Giulia Fiocca, Fabrizio Boni, Frediano Iraci Sareri, Silvia Scaldaferro, Riccardo Albani, Massimiliano Maiello, Laia Solé, Aldo Hudorovic, Antun Blazevic, Mario Casciu, Francesca Rango, Claudia Mascia, Mark&Mark, Riccardi Iori, Simona Caleo, Giorgio De Finis, Giuseppe De Lucia, Lanfranco Sbardella…

Studenti Arte Civica 2007
Maria Rocco, Giacomo Zanelli, Daniele Presutti, Francesco Cianfarani, Lina Monaco, Cecilia Sgolacchia, Federica Sghembri, Daniela Vassura, Azzurra Muzzonigro, Livia Valentini, Serena Forastiere, Michele Carpani, Bruno Lebeau, Lea Charrat, Alice Inguenaud, Kalina Dobija-Dziubczynska, Katarzyna Urbanowicz, Sara Baldassi, Giuliano Bracci e molti altri…

Studenti Laboratorio di Progettazione
Francesca Calderae, Elena Citrulli Irelli, Lorenzo Caiazza, Valeria Ciciriello, Cecilia Sgolacchia, Maria Loreto Arias, Manuel Torresan, Edoardo Saba, Marco Laredo, Ward, Diego Saura, Massimiliano Mirri, Chiara Salvaterra, Michele Carpani

Studenti e ricercatori Urban Body
Mahtab Akhavan, João António Alves Castanheira, Susana Palma Martins, Carlos Baptista, Lan Chen, Teresa de Jesus
da Silva Ferreira Costa, Pascal Hentschel, Naoya Iwama, Nicola Knop, Lu Ting, Katayoun Mashhoudi, José Miguel
Ortiz Portas, Alicia Maria Peris Vidorreta, Negar Sanaan Bensi, Yasemin Sengil, Nancy Elizabeth Silva Grifé, Anahita Tabrizi, Benjamin Vincent, Merve Yucel
Silvia Bellotti, Matteo Carli, Silvia Covarino, Benedetta Di Donato, Laura Fassio, Laura Font Gallart, Giulio Mari, Francesco Marullo, Azzurra Muzzonigro, Daniela Pastore, Agata Prosdocimi, Andrea Valentini

Studenti Arte Civica 2008
Tommaso Tartasi, Gianpiero Bianchi, Marco Laredo, Isabella Faggiano, Annalisa Genovese, Giovanna Perdichezzi, Gaia Attademo, Hector Silva, Dania Soppesa, Chiara Visone, Eduardo Perez, Marco Cavia, Olimpia Fiorentino, Serena Olcuire, Michele Galasso, Natalia Agati, Emanuela Di Felice

Testi:
– Autodialogo di Francesco Careri, Camilla Sanguinetti, Ilaria Vasdeki
-Viaggio a Smederevo di Giulia Fiocca e Laia Solé

Progetto grafico e impaginazione: Riccardo Albani, Silvia Scaldaferro

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autodialogo

È possibile per una persona abitare un luogo con la quotidiana minaccia di uno sgombero?

È possibile ipotizzare che le 50 persone che da 20 anni abitano al Campo di via del Foro Italico in forma provvisoria possano continuare a viverci in forma permanente?

È possibile immaginare che in un Municipio di 123.000 persone possano abitare anche 50 rom?

È possibile migliorare quel campo implementandolo con un progetto invece di demolirlo e sgomberarlo con le ruspe?

È possibile renderlo autosufficiente ed ecosostenibile invece di perseguire sprechi e logiche assistenziali?

È possibile progettare un insediamento di case allo stesso costo di un campo di container?

È possibile progettare case a partire dalle tipologie e dalle culture abitative di chi dovrà abitarle?

È possibile progettare abitazioni estandibili in autocostruzione seguendo la crescita delle famiglie allargate?

È possibile che la propria casa diventi un’opportunità lavorativa e di formazione professionale?

È  possibile organizzare il cantiere in modo da non allontanare gli abitanti durante i lavori?

È possibile imparare dai Rom alternative abitative estendibili a tutti i cittadini?

È possibile trovare attraverso i Rom una risposta urbanistica ecologica al problema dell’abitare di migliaia di persone?

È possibile trasformare e far evolvere  il Campo di via del Foro Italico  attraverso la relazione creativa con i suoi abitanti?

È possibile prendere il Campo di Via del Foro Italico come modello e immaginare tante ”microaree” di poche famiglie in città invece che pochi “campi” di migliaia di persone in aperta campagna?

 

D: è oramai da un anno che state seguendo le vicende del campo di Via del Foro Italico 531. Come siete entrati in contatto con loro?

R: è un posto in cui siamo “inciampati” con il Corso di Arte Civica, lungo la camminata fatta sul Tevere fatta per “i letti del fiume”, e su cui abbiamo deciso di soffermarci per diversi motivi. Il primo è che abbiamo trovato subito una ottima accoglienza, abbiamo conosciuto Miriam e dopo pochi minuti stavamo già conversando di fronte ad una tazza di caffé turco. Il secondo è che è un campo piccolo, una sorta di grande famiglia allargata, la dimensione di quelle “microaree” che ci sembra essere una valida soluzione al problema abitativo dei Rom. Il terzo è che anche dal punto di vista urbanistico sembra una situazione favorevole: è sul Tevere ma non è in un area esondabile, è il solo campo del II Municipio, sono solo 50 persone, e quindi forse si potrebbe facilmente trovare una sistemazione o lì dove sono o all’interno del Municipio. E poi le abitazioni non sono tutte “baracche”, ma ci sono delle vere e proprie “case” a volte grandi e molto decorose, quasi un modello di habitat non solo per i Rom ma anche per i gagé.
Insomma è stato un campo dove abbiamo capito che era possibile scendere di scala, affrontare il problema dal

punto di vista urbanistico e architettonico. La situazione in principio era molto complessa, oltre ai Rom c’erano anche i Rumeni che vivevano nelle baracche lungo gli argini.

D: avete conosciuto anche le persone che vivevano nelle baracche? Che relazioni avevano con i Rom?

R: all’inizio i Rom ci hanno messo in guardia, dicevano che lì sotto la situazione era estrema, che era pericoloso scendere. Ci siamo inoltrati nel canneto un po’ timorosi e abbiamo incontrato la situazione tipica della baraccopoli tiberina, era un po’ una giungla e non si capiva bene. Tra le canne c’erano baracche costruite alla meglio, con cartoni, legni, canneto. C’erano 200 persone o almeno cosi ci hanno detto, erano tutti Rumeni e c’erano anche delle famiglie di Rom Rumeni con bambini. A quanto abbiamo capito quasi tutti lavoravano nei cantieri e ogni mattina attraversavano la tangenziale e si mettevano di fronte allo smorzo dove c’è uno dei punti di raccolta dei “caporali” che li portavano a lavorare con i pulmini.

D: e poi quand’è che li hanno sgomberati? E perché solo i rumeni e non i Rom?

R: è cominciato il 25 giugno 2007. Quando il giorno dopo siamo arrivati la parte sotto lungo il fiume, era già completamente rasa al suolo, mentre sopra, nel campo vero e proprio, stavano demolendo delle baracche lasciando in piedi solo quelle abitate dalle famiglie rom censite nel 1995.  La situazione era paradossale, la vita dei rom si svolgeva nella quotidianità mentre tutto intorno le ruspe spaccavano tutto. I Rumeni si erano rifugiati sotto un ponte e avevano passato la notte all’addiaccio. Non avevano più niente, gli erano rimasti i vestiti e lo zainetto con cui erano andati al cantiere il giorno prima. Molti avevano perso anche i documenti. Elena aveva perso il lavoro perché da due giorni non si era presentata dalla anziana che assisteva. I bambini non avevano vestiti e dormivano sui pochi materassi che erano riusciti a racimolare tra le macerie. Una situazione veramente difficile da raccontare. Non ci sono parole.

D: e i Rom?

R: I Rom si erano salvati, almeno per questa volta. Potevano rimanere là dove erano stati messi da 17 anni da un’ordinanza del sindaco, erano ancora “legali”. E in realtà sembravano comunque contenti che la situazione venisse “bonificata”, perché negli ultimi tempi c’erano stati dei problemi. Tra i Rom e i Rumeni c’erano diverse relazioni: i Rom gli affittavano le case rimaste vuote e quindi avevano un guadagno dalla loro presenza, i Rumeni invece riuscivano ad aver l’acqua e l’elettricità, e soprattutto erano ottimi operai edili e sono stati proprio loro a costruire le case dei rom. Insomma c’era una microeconomia che si era creata e il campo era comunque più denso di persone, più animato, in un certo senso più urbano. Da quando i rumeni non ci sono più sembra di essere in un villaggio abbandonato, la città sembra essere ancora più lontana.

D: in cosa è consistito il laboratorio di autocostruzione fatto tra le baracche dei Rumeni?

R: era per l’installazione che dovevamo fare il 21 giugno per Tevereterno. Noi ci siamo fermati da Elena una donna di una quarantina di anni che faceva la badante da una signora lì vicino al quartiere Parioli. Ci ha ospitato per un intero giorno nello spiazzo di fronte a casa sua per costruire con le canne una sorta di nido.
 L’idea era di costruire dei grandi nidi-culle con fasci di canne legate tra loro, delle grandi culle tiberine per Rom e Remo da far scivolare lungo il fiume fino al centro di Roma. Potevano accogliere una decina di persone ciascuno, e ogni nido avrebbe avuto un ambiente sonoro diverso che raccontava le storie raccolte lungo la camminata.
Agli studenti sembrava troppo elaborata, troppo estetizzante, e forse avevan ragione. L’operazione si è semplificata ed è stata sostituita con lo Sleep-Out sotto Ponte Cavour, in cui le storie raccolte sono state consegnate al pubblico chiuse in buste da lettera e si è dormito semplicemente nelle tende.

D: prima mi hai detto che avete capito che qui c’era la possibilità di scendere di scala, in che senso?

R: Nel senso che si poteva provare a fare un lavoro concreto con gli abitanti, un progetto che partisse dalla conoscenza dei loro nuclei familiari, delle loro abitudini, da come loro si erano costruiti il loro habitat, che fosse fatto come un abito su misura e non un progetto astratto. È per questo che lo abbiamo scelto come tema per il Laboratorio di Progettazione Architettonica e Urbana di Roma TRE. La prima volta, penso, che un corso di progettazione abbia proposto come tema “un campo nomade”. All’inizio gli studenti erano un po’ perplessi, sai il corso di arti civiche era facoltativo, questo era obbligatorio e quindi anche se avevi dei pregiudizi ci dovevi passare comunque. Ma devo dire che con il tempo gli studenti si sono molto appassionati al tema, si rendevano conto di non saperne assolutamente niente e che ogni giorno facevano dei grandi passi, riuscivano a trovare sempre nuove risposte alle proprie domande. E poi nessuno gli aveva mai chiesto di fare un progetto con una committenza cosi definita, in cui i futuri abitanti dei loro progetti avevano un nome un cognome, un età e addirittura un volto e delle relazioni con loro. L’intento era dimostrare che quel campo da provvisorio poteva diventare permanente. C’erano più strade possibili, la prima era fare quello che in inglese si chiama
upgrading, cioè legalizzare e far evolvere la situazione a partire da quella iniziale, dotando il campo di servizi e ristrutturando le case fatiscentii, la seconda era fare completamente tabula rasa e ridisegnare il campo da
zero, la terza, quella che alla fine è stata adottata da
tutti è stata una via di mezzo, cioè una evoluzione graduale da uno stato iniziale ad uno stato finale completamente rinnovato. Forse se dovessi fare veramente un intervento sul campo seguirei la prima strada, ma comunque è stato importante che gli studenti inserissero il fattore tempo nel loro progetto. Che studiassero una evoluzione ed una cantierizzazione che permettesse agli abitanti di continuare a vivere lì durante la realizzazione del campo.

D: come funzionava, andavate regolarmente al campo, i Rom seguivano l’andamento dei progetti?

R: all’inizio siamo andati molte volte, abbiamo cominciato con il conoscere le persone, leggere le architetture delle loro case, le loro distribuzioni, la tipologia e poi anche a cominciare a disegnare alcune case ad avere una planimetria sempre più definita, delle infrastrutture, degli usi, delle “proprietà”, delle pertinenze e degli spazi vuoti. In seguito siamo andati una volta al mese a fare delle vere e proprie “revisioni” con loro, facevamo delle specie di stati di avanzamento dei progetti, in cui i rom correggevano i progetti o davano i loro giudizi anche di merito e di gusto sulle differenti soluzioni.

D: e loro proponevano anche delle ipotesi o si limitavano a criticare le vostre?

R: una volta è successo che dopo le critiche loro si sono messi a dire come lo avrebbero fatto. E aun certo punto Roky ha detto: perché non lo facciamo a forma di U,? A quel punto è uscito fuori un tavolino e Davide ha cominciato a disegnarci sopra a pennarello un impianto a corte aperta verso sud. Un cortile da cui tutti potevano vedere tutti e soprattutto in cui tutti potevano controllare l’entrata. Poi ha disegnato i parcheggi per le macchine nel piazzale di ingresso verso la tangenziale, quelli per i camper nel lato della ferrovia e giochi per bambini e spazi comuni all’interno del piazzale centrale. Insomma un vero e proprio progetto.

D: e per quanto riguarda le case, sono stati utili i loro consigli?

R: questo è forse il punto più interessante: loro sanno benissimo come deve essere la loro casa e sono anche capaci di trovare soluzioni tecnologicamente appropriate. In realtà le loro case più belle le hanno costruite i rumeni, ma loro hanno aiutato e visto come si fa. La tipologia adottata da tutta la comunità è quella della casa isolata, ad un piano con veranda. La veranda ha di preferenza un orientamento a sud, è lo spazio più importante della casa, è la soglia dove si svolge la maggior parte del tempo anche d’inverno, spaziosa per ospitare una tavolata interfamiliare e se possibile per avere anche una cucina esterna: è l’abito principale che si mostra all’esterno. Da qui si accede a un soggiorno pranzo (a volte di dimensioni 6 x 9) dove sempre si trova la stufa a legna – il porretto – una sorta di focolare di ferro su cui si cucina e che scalda l’intero ambiente. Le camere da letto sono meno vissute e si aprono direttamente sul soggiorno senza disimpegni, come la cucina che è sempre a vista verso il soggiorno. Alcune case hanno il bagno dentro, altri usano i bagni chimici esterni. A quanto abbiamo capito il secondo piano non è rifiutato a priori ma evitato per difficoltà di autocostruzione, mentre l’isolamento della casa risponde soprattutto ad esigenze di antincendio.

D: ma se le saprebbero veramente costruire loro. Con che tecnologie?

R: a me sembra proprio di si, magari andrebbero guidati e andrebbe fatta una azione di formazione. Ma si potrebbe partire da quello che sanno fare e magari apportare alcune migliorie ai loro sistemi, accorgimenti tecnici e innovazioni tecnologiche per a rendere l’abitazione più sicura, più duratura, più ecologica ed energeticamente sostenibile. In base all’analisi di diverse abitazioni è stato possibile dedurre le tecnologie che usano. Le fondazioni sono un cordolo di cemento perimetrale al cui interno gettano calcinacci e su cui viene fatto un massetto di cemento. La struttura verticale, composta di murali di legno 10 x 10 posizionati ogni 2 metri, viene affogata nel cemento per circa 50 cm. Poi tra murale e murale viene inchiodata una parete esterna di assi da getto 200 x 50, viene messo come isolante la lana di vetro per evitare che vi entrino i topi, e poi il rivestimento interno con fogli di legno di spessori minori. Il tetto è sempre a falda con una pendenza verso la veranda ed è costituito da pannelli di lamiera su una struttura di travetti  ogni 50 cm, il tutto viene controsoffittato ad un altezza di 220 – 250, per limitare al massimo il volume da riscaldare

D: e quanto costano?

R: Sono case molto economiche che escluse le opere di urbanizzazione cosano tra i 100 e i 200 euro a metro quadrato. Sono case molto grandi, a volte fino a 120 metri quadrati. Il costo principale è quello dei materiali per la struttura, mentre finestre, porte, rivestimenti, pavimentazioni e sanitari sono quasi tutti elementi riciclati e riadattati.

D: Da questo punto di vista ci sarebbe proprio molto da imparare.

R: si, usano sistemi economici ed anche ecologici, e possiamo imparare anche altri principi, per esempio:
– estendibilità: sono tutte case cresciute nel tempo per addizioni successive, il nucleo di base comprende uno spazio coperto ed una veranda esterna, poi cresce a seconda delle dimensioni del nucleo familiare e delle sue capacità economiche.
– autocostruibilità: la tecnologia utilizzata, in legno, permette di immaginare sia la totale autocostruzione che un sistema di moduli base estendibili in autocostruzione solo successivamente.
– sostenibilità: sono sostenibili perché riciclano quasi tutto, ma non lo sono ancora dal punto di vista energetico e si potrebbero invece propone componenti a bassa tecnologia facilmente realizzabili e riparabili dagli abitanti,
– flessibilità: la struttura con montanti in legno permette di spostare con facilità tramezzi interni, cambiare porte, aprire finestre, chiudere verande…

D: da quello che dici sembrerebbe veramente che si potrebbe ipotizzare qui un progetto pilota. Avete costruito una relazione con le amministrazioni? Che progetti ha il Municipio?

R: con la vecchia giunta avevamo instaurato una buona relazione, a novembre avevano approvato un ordine del giorno in cui si avanzava l’ipotesi dello sgombero, poi siamo riusciti ad organizzare una visita al campo e a far comprendere che la situazione non è di degrado come viene fatto sembrare. In particolare con l’Assessore ai servizi Sociali, Elena Improta abbiamo fatto delle visite al campo e abbiamo cominciato a lavorare su un progetto proposto da Stalker e dal Dipartimento di Studi Urbani per rendere compatibile il campo con i progetti di sviluppo dell’area. Abbiamo dimostrato che l’apertura della nuova stazione ferroviaria potrebbe benissimo integrarsi con il campo. E rispetto al problema che il campo è oggi sui posti auto del vecchio parcheggio della ferrovia, abbiamo dimostrato con i progetti degli studenti che ci sono molte soluzioni per reperire i parcheggi necessari nelle vicinanze. Adesso ci sono state le elezioni e la giunta è cambiata, dobbiamo ancora vedere se riusciremo a costruire una relazione di fiducia.

D: come vi hanno accolto quando siete arrivati con i camper di Campus Rom.

R: quando ci hanno visto quasi non credevano ai loro occhi. Li avevamo avvertiti, ma credo che non se lo erano riusciti a immaginare o forse avevano creduto che scherzavamo. Cinquanta studenti provenienti da mezzo mondo in nove camper parcheggiati sul piazzale di ingresso. Siamo stati accolti molto bene, abbiamo cominciato ad organizzare lo spazio per la cena, faceva molto freddo e quando si è scoperto che c’era una casa vuota, e che avremmo potuto mangiare lì, tutto si è messo a correre. Abbiamo pulito “la casa gialla”, rimesso in funzione la stufa, e soprattutto loro, contrariamente a quanto ci avevano preannunciato, si sono messi  veramente a faticare, organizzare la griglia, cercare tavoli e sedie… insomma si è messa in moto una bella collaborazione. Non era per niente scontato. Abbiamo mangiato insieme, visto i video sul loro campo, si son fatte le tre di notte scherzando e ridendo. Risvegliarsi li in camper il giorno dopo ha accorciato molte distanze.
(su Campus Rom vedi “Roma Time” n. 0, feb-marzo 2008, TU Delft)

D: ma è vero che poi avete chiesto di darvi gli indirizzi e siete andati a vedere le loro case in Serbia?

R: Si, in un certo senso abbiamo continuato il lavoro cominciato da Giulia e Laia l’estate scorsa. Loro erano andate a trovare il padre di Miriam che vive a Smedervo. Noi abbiamo proposto alle altre famiglie del campo di andare a vedere i luoghi dove abitavano prima. Quando hanno saputo che pochi giorni dopo saremmo andati Belgrado ci hanno subito detto che saremmo dovuti andare a Indidja, la loro città. Ci hanno dato indirizzi, indicazioni stradali, contatti, e cosi una volta a Belgrado abbiamo affittato una macchina e siamo andati a cercarle. È stata una vera sorpresa. Sono case assolutamente “normali”. Nel senso che sono case in muratura, di tre piani con garage, e soprattutto sono inserite all’interno di quartieri misti, non ci sono elementi da cui potresti dedurre che si tratta di abitazioni di Rom. Sembra molto strano che i proprietari di quelle case vivano in casette di legno accanto alla tangenziale a Roma. In realtà non è pensabile che loro ritornino qua, molti non hanno più legami, sono in Italia da tre generazioni e le ultime due non parlano più neanche il serbo. A quanto mi è sembrato di capire molti di loro stanno cercando di vendere quell che hanno in Serbia per comprarsi dei terreni vicino a Roma, magari un terreno agricolo dove poter costruire e poi condonare, come fanno gli italiani.
Miriam, donna Rom di nazionalità serba, ha 37 anni e da 24 vive in Italia. Smederevo, a 46 km da Belgrado, è il suo paese di origine.
Miriam ha lasciato Smederevo e la sua famiglia al momento del  suo matrimonio combinato, quando aveva 13 anni, che l ha portata a vivere in Italia tra Firenze, Napoli e Roma.
Dal 1987 è a Roma e dal 1990 vive al  campo  del Foro Italico. Suo marito è morto 10 anni fa per una malattia congenita al cuore, Miriam ha deciso di non risposarsi e vivere con i suoi 4 figli, Giuliana, Marco, Brena e Valentina e con le sue tre nipoti, figlie di suo figlio Marco.
Miriam non ha il permesso di soggiorno italiano, ma il passaporto dell ex Jugoslavia, non può quindi tornare nel suo paese di origine perché non potrebbe poi attraversare nuovamente la frontiera per tornare in Italia. Miriam sogna di poter rivedere il suo paese di origine ma i suoi figli, nati e cresciuti a Roma, vedono la Serbia solo come un paese lontano e sconosciuto.   
A giugno 2007, durante lo sgombero di una parte delle baracche del  campo  da parte della polizia municipale, abbiamo conosciuto Miriam.
Con grande ospitalità e disponibilità, Miriam ci racconta la storia della sua vita; per coincidenza è in programma dopo poco un viaggio in Serbia quindi proponiamo a Miriam di andare a conoscere suo padre. Prepariamo un video in cui Miriam presenta la sua famiglia, figli e nipoti, e mostra la sua baracca da lei costruita negli anni. Portiamo con noi anche dei regali, scarpe e vestiti, per il padre e la sua nuova moglie.

Zivan Trajkovic. Ustanica 23. Smederevo. Serbia

Un nome e un indirizzo, le uniche indicazioni che abbiamo per rintracciare il papà di Miriam.  
Smederevo è un tranquillo paese sulle rive del Danubio, famoso per una fabbrica di acciaio aperta da Tito e che oggi cerca di lanciare il turismo locale. Si racconta che quando Tito arrivò a Smederevo in visita chiese quale fosse la risorsa presente nel luogo. Parlando un dialetto diverso rispetto a quello locale, Tito fraintese una parola con la parola acciaio e diede disposizione per la costruzione della fabbrica.
Ustanica è una strada nel quartiere abitato da persone di etnia Rom, il numero 23 corrisponde ad una villetta ad un piano con un piccolo giardino.
Ci accoglie una signora, inizialmente con diffidenza, che subito si commuove quando capisce che veniamo da Roma: è Lilli la nuova moglie del papà di Miriam. Zivan arriva più tardi e dopo un momento di formalità e autocontrollo come padrone di casa, è evidentemente commosso nel vedere sua figlia che gli parla attraverso un video.
Ci intratteniamo per due ore, mostrando il video, le foto, parlando e bevendo caffè turco e rakja. Con grande disinvoltura davanti al video, in  Romanes, Zivan saluta e parla con Miriam, nonostante siano passati tanti anni ricorda Miriam quando era piccola, sempre in giro con lui e la sua Mercedes. Il video diventa lo strumento di comunicazione tra padre e figlia, non manca qualche consiglio di vita da padre a figlia.
Al nostro ritorno dal viaggio in Serbia, torniamo al  campo  e mostriamo a Miriam e alle sue figlie il video.
Attraverso il video per alcuni attimi abbiamo permesso a due persone di essere vicine.

D: al vostro ritorno dalla Serbia qui in Italia ci sono state le elezioni, hanno influenzato il vostro lavoro?

R: direi proprio di si, i rapporti costruiti con le amministrazioni sono sospesi. Nel frattempo la situazione dei Rom in Italia continua a peggiorare. I media denunciano ogni giorno atti di violenza commessi da rom e rumeni, alimentando la paura dei cittadini, i pregiudizi e l’odio. E ad oggi l’unica parola che viene usata per contrastare questi fenomeni è sicurezza. Ma in questo momento storico credo non sia in gioco la nostra sicurezza quanto la nostra capacità e la nostra volontà di essere e rimanere un Paese aperto ai cambiamenti, un paese flessibile dove sia possibile ricominciare a immaginare un futuro positivo e costruttivo. Il regista russo Andrej Tarkovskij ha tradotto bene questo pensiero paragonando la vita dell’uomo a quella dell’albero: “Anche l’albero mentre cresce, è tenero e flessibile. Quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte. Debolezza e flessibiltà esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà.” Irrigidendoci consideriamo l’altro un nemico, precludendoci qualsiasi altra possibilità. Ora aspettiamo di costruire nuovamente rapporti con il Municipio.

D: i rom cosa pensano di voi?

R: direi che ancora non hanno un’idea chiara riguardo la nostra identità, sanno che siamo architetti e probabilmente si aspettano da noi progetti architettonici, ma durante la nostra permanenza al campo secondo me hanno capito che cerchiamo qualcos’altro oltre all’architettura.

D: e voi cosa cercate nei rom?

R: continuiamo a vedere in loro una speranza, attraverso loro la possibilità di costruire una città diversa.

D: da quanto avete incontrato questo campo avete smesso di camminare?

R: non esattamente. Ovvero, il camminare ci ha portato fin qui, e continuiamo a camminare tutti i giorni da quando siamo al campo, ma in un modo diverso, in una dimensione che non ha a che fare con il percorso che puoi tracciare su una mappa, una dimensione che riguarda piuttosto il camminare in profondità, l’esperienza che devi costruire per raggiungere l’altro, intimamente. Quell’esperienza che richiede confronto, prossimità, empatia.  Dal nostro incontro con il campo abbiamo intravisto la possibilità di poter lavorare qui in profondità. Di poter costruire in questo luogo un’utopia reale.

D: che cosa avete pensato di fare con il corso di arte civica quest’anno?

R: dar luogo ad un’esperienza poetica che permettesse a Rom e Gagè di incontrarsi nei luoghi di questo campo, un modo per far conoscere questa realtà agli abitanti del quartiere e per decostruire pregiudizi attraverso l’esperienza diretta. Il primo capitolo di un nuovo immaginario sui rom. Tempo fa avevo ricevuto una mail che parlava di uno spettacolo teatrale di Tony Lo Zingaro, un’artista rom. Lo spettacolo avrebbe raccontato con ironia la condizione dei rom nei campi sosta italiani, sia dal punto di vista dei Rom che dal punto di vista dei Gagè. Ho contattato Tony e ho cercato di capire cosa avesse in mente. Uno spettacolo teatrale fatto per i gagè, sul palcoscenico una scenografia avrebbe riprodotto le condizioni del campo. Parlando con lui gli ho mostrato la possibilità di fare lo spettacolo al campo piuttosto che a teatro, in questo modo la rappresentazione avrebbe coinvolto  sia i rom che i gagè. Questo avrebbe permesso alle due culture di incontrarsi sullo stesso piano, abbandonando forse, per la durata dell’esperienza, i pregiudizi reciproci. In questo modo lo spettacolo avrebbe potuto testimoniare la realtà lì dove e come essa è, piuttosto che ricostruirla con una finzione. Sotto le stelle, sull’argine del fiume, nella città possibile. Immaginando la situazione con Tony gli ho anche spiegato che avremmo potuto costruire una scenografia per lo spettacolo rispondendo alle reali necessità del campo: costruire uno spazio pubblico per fare feste, incontri, dibattiti, cene e matrimoni, costruire dei giochi per i bambini, rigenerare le soglie. Gli studenti dovrebbero proporre contenuti e modi di costruire questa scenografia, individuare percorsi per mettere in relazione il campo con la città, immaginando che l’esperienza poetica possa assumersi il compito di ricucire la frattura tra il mondo dei Rom e il mondo dei Gagè.

D: cosa avete fatto finora?

R: ci siamo incontrati con gli studenti tutti i lunedì pomeriggio al campo, dagli inizi di marzo. Abbiamo chiesto loro di sprigionare idee, dubbi, perplessità riguardo al mondo rom. E allo stesso tempo abbiamo chiesto loro di maturare un approccio individuale e intimo al tema. Mi spiego meglio, credo che un rapporto sincero con questa realtà possa scaturire soltanto da una propria necessità culturale, da un desiderio di metter in gioco la propria visione del mondo, della città e dell’umanità che vi abita.  Questo è molto difficile per loro ed è per questo che finora i loro passi sul campo sono stati incerti e fragili. Altrettanto per noi. Essere nella condizione di voler imparare dai rom, e allo stesso tempo di insegnare agli studenti non è un passaggio pedagico scontato.
Finora abbiamo lasciato che le cose accadessero, invitandoli a prendere confidenza con questa realtà per permettere loro di avvicinarsi al progetto in maniera sincera e coerente. E fino a ieri non è successo niente. Per gli studenti non è semplice costruire un rapporto con le famiglie. E le famiglie non partecipano molto. Non sembrano nemmeno preoccupate del nuovo panorama politico e dell’imminente minaccia di sgombero.

D: avete organizzato un’atto di residenza poetica, di cosa si tratta?

R: circa un mese fa ci ha contattato il gruppo di scout che ha la sede nello stesso municipio del campo, e durante un’incontro con loro è nata l’idea di organizzare un fine settimana con attività pratiche e pernotto. Già con il seminario Plans & Slums avevamo dormito lì e ci è sembrata un’ottima idea ripetere questa esperienza. Un risveglio rom nel cuore della città cambia la percezione di quello spazio. Una residenza poetica è quando decidi di abitare in un posto per farlo sbocciare dal suo interno, attraverso il tuo abitare. La residenza poetica ha a che farecon la scelta di essere presente. Prossimo.

D: cosa avevate programmato questo fine settimana?

R: di passare tre giorni al campo, assieme agli studenti, agli scout e alle famiglie. Abbiamo fatto un programma: il sabato una pulizia generale del campo, la domenica una tinteggiatura del tunnel disastrato e buio e lunedì le rifiniture e i programmi per i prossimi incontri.

D: e cosa è successo oggi? (sabato 10 maggio)

R: stamattina ci siamo presentati al campo alle 11, poi sono arrivati gli studenti, gli amici degli studenti, all’inizio eravamo in pochi, cinque o sei, e non succedeva niente. Anzi, Davide, un giovane rom col quale abbiamo ormai stretto rapporti di amicizia, ci ha detto chiaramente che nessuno di loro avrebbe lavorato con noi. Che lì nessuno ha voglia di fare niente e che nessuno di loro ci invita a stare lì. Fa caldo, la prima giornata d’estate. Il sole, la cappa della città.
Decidiamo di non fare più niente, siamo affranti e stiamo per abbandonare tutto. Rimaniamo seduti all’ombra della veranda di Zoran, convincendoci che ogni tanto non lavorare,  placare l’ansia della produzione fa bene. E se fa bene ai rom fa bene anche a noi. Una grande lezione. Mi tornano in mente le parole di Don Bruno Nicolini, quando mi ha detto che i rom spendono tutto il loro tempo vivendo, che i rom non producono, che i rom creano. Una grande lezione, la prima forse. Abbandonare il nostro ritmo e adottare il tempo rom. Nell’ombra oziosa si sono avvicinati a noi tutti i giovani. Come trovare una chiave per proseguire il nostro percorso in profondità? A un certo punto è successo, qualcosa è accaduto, e abbiamo iniziato a giocare con il linguaggio. Un abbecedario per l’esattezza, intorno al tavolo della veranda, abbiamo iniziato a scrivere insieme: rom, studenti spagnoli, cileni, italiani e Beverly artista austriaca che con noi parla l’inglese. Il nostro abbecedario è iniziato dalla lettera “A” e si è concluso con la lettera “J” e “K”, in successione dopo la nostra “Z”. La prima parola “amore” e l’ultima “chi”, in romanesh “ko”. Italiano, romanesh, spagnolo e inglese, passando per le parole desiderio, fame, niente, odio, piacere, soldi, vergogna e altre. Abbiamo iniziato così, traducendo le parole che ci venivano in mente. Questo gioco riguardava tutti, senza coinvolgere o escludere nessuno. A volte le cose succedono e basta. E oggi è andata così. Non saprei dire con esattezza il momento preciso in cui qualcosa ha cominciato ad accadere, ma chiamare in causa il linguaggio ci ha permesso di arrivare oltre qualsiasi nostra aspettativa.

D: da quello che dici mi sembra di capire che è importante trovare una chiave per entrare in relazione con le persone e con i luoghi

R: credo sia così, non c’è mai un’unica formula, ogni volta la costruzione delle relazioni richiede un’invenzione, l’elaborazione di una strategia nuova, che ti mette in discussione. Nell’elenco di parole abbiamo scelto “gioco” , poi “strada”e “piazza”, e ho proposto loro di continuare a giocare inventando nomi per le strade del campo. Dal linguaggio siamo passati alla toponomastica, nominando per la prima volta in diciassette anni dal loro arrivo i luoghi in cui si trovano le loro case. La strada di ingresso è stata nominata Via Roma (Via dei Nomadi), la prima strada a sinistra Ulica Bactalì (Strada Fortunata), la seconda a sinistra Ulica Monte Parioli (residenza dell’ambasciata Serba), la terza a sinistra Ulica Barvalì (Via Ricca), l’ultima traversa a sinistra Ulica Sucar (Via Bella). La strada a ridosso del fiume è stata nominata Lungotevere Rom. L’area all’ingresso del campo è stata nominata Piazza Homenenghi (Piazza di Tutti). Così abbiamo iniziato a sprigionare energia creativa insieme. Ascoltando i loro desideri abbiamo iniziato a lavorare; alcuni studenti si sono messi a costruire una cassetta postale insieme a Mirko, giovane rom. Noi abbiamo continuato a giocare nominando dei responsabili (tra i rom) per ciascuna strada: ognuno di loro si sarebbe occupato di fare una direzione dei lavori coordinando studenti e scout. Nel frattempo è arrivato il gruppo di ragazzi scout che ha la sede nello stesso municipio del campo, e subito dopo aver nominato i direttori dei lavori rom, abbiamo formato i gruppi di lavoro, suddividendoci tra la realizzazione dei cartelli stradali, la pulizia del Lungotevere Rom e del Tunnel che passa sotto la tangenziale, e la sistemazione delle strade. Tutti si sono messi al lavoro, anche i rom più giovani (15-18 anni), ed è stato incredibile osservare questo paesaggio per la prima volta positivo, energico, creativo. Abbiamo continuato fino a sera, poi cenato assieme immaginando quali potessero essere i passaggi ulteriori per migliorare la loro condizione abitativa, per aprire un dialogo con le istituzioni e per continuare a costruire su quella stessa terra il loro futuro. Parlando con alcune donne dopo la cena ho capito che quello che era successo non era un’evento eccezionale solo per noi, ma anche per loro. Un miracolo quasi. Nessuna di loro aveva mai visto lavorare gli uomini assieme e assiduamente per il campo come oggi.

D: e gli studenti come hanno reagito a questo miracolo

R: mi sembra che siano stati coinvolti come ancora non era successo. Hanno costruito relazioni con le persone del campo, sembravano finalmente a loro agio. Indipendenti da noi, dentro questa nuova realtà. Dopo cena sono rimasti a dormire in una casa che per ora è libera. Le donne gli hanno prestato i materassi, preoccupandosi che avessero tutto il necessario per passare una notte rom accanto al fiume.  La domenica abbiamo concluso i lavori, realizzando anche un  parco giochi per i bambini con un’altalena e un dondolo, grazie al grande aiuto degli scout.

D:  il lavoro fatto in questi giorni in che modo serve alla realizzazione dell’esperienza poetica di cui mi parlavi?

R: fare programmi è molto difficile, nonostante ciò abbiamo deciso di continuare a perseguire l’obbiettivo di costruire un’azione poetica a fine corso con gli studenti e con Tony lo zingaro. Ma abbiamo capito che se questo succederà sarà possibile soltanto grazie ad altre occasioni di questo tipo, ad altri miracoli prodotti dal processo creativo che ci vede reciprocamente coinvolti con le nostre diverse visioni del mondo. Penso che il primo passo da fare è capire come quello che sta succedendo possa essere comunicato alla città, come possa contribuire prima di tutto a costruire un nuovo immaginario sui rom romani, nostri vicini di casa.

 

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