UNIVERSITA’ NOMADE 

SEMINARIO INTERNAZIONALE PLANS & SLUMS

plans&slums 2008

CORSI DI ARTE CIVICA

Arte civica 2007 – sui letti del fiume

Arte civica 2006

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BIBLIOGRAFIA

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SITOGRAFIA ROM

Sucar Drom 

OsservAzione

European Roma Rights Centre (ERCC)

Fondazione Michelucci

Chisonoglizingari, blog di Antun Blazevic

FNASAT, gens du voyage

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ARTICOLI
Autodialogo su stalker e “i nomadi”

 _ sui primi incontri mancati

D: so che state conducendo in questi mesi un’azione di ricerca con gli studenti di Roma Tre sugli abitanti delle baraccopoli del Tevere e che state organizzando diverse azioni artistiche per contrastare i nuovi Patti della Sicurezza firmati da Veltroni a Roma e da altri sindaci di altre città italiane. Vorrei che me ne parlassi ma prima mi piacerebbe sapere quand’è che avete cominciato a lavorare con i rom e quali sono state le prime esperienze di Stalker con l’universo nomade. Ti chiederei però di non parlarmi del “vostro nomadismo” inteso come categoria filosofica o come pratica estetica, ma delle popolazioni “nomadi” che oggi vivono tra noi e che riempiono le pagine della cronaca. Come vi siete avvicinati ai rom?

R: il percorso è stato abbastanza lento, è stata una conoscenza progressiva durata più di dieci anni. Nessuno di noi aveva mai avuto prima una relazione diretta e direi che questo percorso è stato un’importante crescita comune. Siamo partiti da zero. Nella prima transurbanza fatta a Roma nel 1995 ricordo che siamo passati di fronte all’ingresso del campo di Quintiliani e che non ci siamo entrati. Era tardo pomeriggio, eravamo stanchi e cercavamo un posto dove fare l’accampamento per la notte. Ci siamo fermati in un campetto di calcio che degli albanesi avevano allestito per i propri bambini. Mi ricordo che avevamo parlato con un uomo alto bellissimo, con capelli lunghi, occhi azzurri profondi e un’aria da saggio, sembrava Melquiades, quello zingaro dei Cent’anni di solitudine di García Márquez che portava a Macondo le novità del mondo, e che all’inizio del libro aveva stupito il villaggio mostrando il ghiaccio. Melquiades e gli altri albanesi avevano preso un vecchio casale della campagna romana e lo avevano trasformato in una casa per più famiglie, un ambiente accogliente e ospitale. Alla nostra richiesta di dormire nel campetto dei loro figli ci avevano risposto che erano felici di avere ospiti, che potevamo montare le tende e nessuno ci avrebbe dato fastidio.

D: così decideste di chiedere ospitalità agli albanesi e non ai rom, anzi magari gli chiedeste di difendervi nel caso aveste avuto problemi da loro. È andata così?

R: no, non chiedemmo protezione. Ci rivolgemmo agli albanesi, il loro casale ci dava sicurezza più di quell’ammasso di tetti di lamiera e di stradine fangose. Ti dico che non avevamo neanche per un momento avuto la curiosità di entrare… anche se in realtà un anno dopo, nel percorso a piedi che facemmo a Torino, in un campo rom ci entrammo, e ci fermammo un bel po’ a parlare con i bambini… ma in quel primo giro di Roma non successe… non saprei spiegartelo… non è successo e basta. I rom d’altra parte non li avevamo neanche incontrati, mentre gi albanesi si. E comunque l’idea di chiedere ospitalità per la notte ai rom non ci aveva sfiorato. Mentre oggi è proprio questo che siamo organizzando.

D: ma oggi avresti una spiegazione? Avevate avuto paura? Ma voi non eravate lì a camminare per abitare i vuoti del territorio? Quello non era un “vuoto”?

R: si, capisco il tuo stupore, oggi un campo nomadi attira subito la nostra attenzione, ci avviciniamo, cerchiamo di capire chi sono, da quanto tempo sono lì, da dove vengono, abbiamo un enorme curiosità. Ma a quell’epoca, seppure eravamo intrisi di miti sul nomadismo, entrare in un campo nomadi semplicemente non era nel nostro genere di pensieri. Non so spiegartene le ragioni. Sicuramente per noi era un vuoto, nella mappa del Planisfero Roma quel campo era blu come il mare dei vuoti, e credo che se avessimo rappresentato le profondità di quei mari, il campo rom lo avremmo fatto di un blu profondo.

D: e già, un abisso nei mari di Roma. Un’ “amnesia urbana” delle più intense e dimenticate. E voi non entrandoci stavate cancellando dai vostri territori mentali una delle zone più importanti della “città inconscia”, o dei “Territori Attuali”, come li chiamavate voi.

R: in qualche modo si. Non ti so dire se non eravamo ancora pronti o se eravamo ancora vittime della cultura del pregiudizio. È vero, andavamo tutto il giorno scavalcando cancelli, recinzioni e proprietà private, ma lì in quel campo, dove la porta era aperta e dove non si sarebbe dovuto scavalcare, forse le nostre barriere mentali ci avevano impedito di accedere. Stavamo eliminando una parte della mappa e questo fatto non fu neanche assunto o analizzato, lo facemmo senza una riflessione, senza cercare una scusa o porci un dubbio. Mi fa pensare a chissà quante cose ancora oggi non riusciamo a vedere nei territori che attraversiamo, a quanti lati ci sfuggono perché in fondo non li vogliamo vedere. Anche noi che di questo “andare a testimoniare i fenomeni emergenti del territorio” ne abbiamo fatto un lavoro…

D: beh capisco che a quell’epoca voi eravate più in cerca di paesaggi entropici e di natura ibrida e che prestavate meno attenzione agli abitanti. È più tardi che quello spazio naturale ha cominciato a trasformarsi per voi in spazio abitato, in reti di relazioni umane. Andiamo avanti, quando siete entrati in contatto veramente con i rom?

_ sui rom del Campo Boario

R: è successo quattro anni più tardi, nell’estate del 1999, quando abbiamo dato vita con i curdi al progetto di Ararat nel Campo Boario di Testaccio. E lì che siamo entrati in contatto per la prima volta con l’universo rom. Mi ricordo molto bene il primo incontro, un’occasione quasi ufficiale. Ci fu una riunione al Villaggio Globale con i capi famiglia, si doveva decidere il rientro dei rom nel piazzale. Erano andati via due mesi prima proprio per far posto alla Biennale d’Arte dei Giovani e del Mediterraneo, la stessa che aveva portato lì noi. Di quella sera ricordo tutti gli uomini rom, facce stanche e chiari nei loro propositi. Era in gioco il loro abitare, il loro vivere e non avevano altre alternative. Ed era sorprendente vedere quanto l’assemblea del Villaggio Globale sapesse trattare con quelle persone. Gli occupanti del centro sociale chiedevano assicurazioni per la scolarizzazione dei figli, per la pulizia generale del Campo Boario, si accordavano per l’uso dell’elettricità e dell’acqua… insomma quella sera abbiamo assistito alla stesura delle regole di buon vicinato tra la comunità rom ed un centro sociale, un patto fondato sulla parola, una rinnovata alleanza. Quella notte i rom rientrarono nel loro piazzale e vi rimasero fino a poche settimane fa, altri otto anni. Misero in circolo i loro grandi camper superattrezzati, le loro macchine sfavillanti, le tende per le verande, quelle per la lavorazione dei metalli, quelle per gli sgabuzzini, i tavoli, le lavatrici e i fili per stendere i panni, le pompe dell’acqua che rimanevano sempre aperte. Mandarono i figli a scuola, anche con buoni risultati, il campo era sempre pulito e le relazioni con tutti gli altri sono sempre state cordiali.

D: e com’è stato il primo vostro ingresso nel campo dei rom?

R: mah il primo ingresso non me lo ricordo. È stata una cosa avvenuta progressivamente. Sai, fino al 2004 non c’erano mai state recinzioni, quindi non era un campo ma una sorta di accampamento, e chi passava nella strada centrale ci passava praticamente dentro, c’era una sorta di confine non stabilito. Non c’era una porta in cui entrare, l’ingresso era libero e filtrato al tempo stesso. Passata una certa soglia ci si sentiva gli occhi addosso. Poi alla domanda “c’è Aldo?” ed a un cenno di assenso la vita ricominciava a scorrere come prima, le donne al lavoro, gli uomini a discutere, i bambini a giocare e tu potevi camminare.

D: per entrare in un insediamento rom dunque è bene avere un nome da cercare. In fondo è come quando si entra nel cortile di un condominio, l’unico lasciapassare è il dichiarare da chi vai. Ma voi che ci andavate a fare da Aldo?

R: Aldo Hudorovich è una sorta di rappresentante della comunità. Era a lui che raccontavamo i nostri propositi, lui ci presentava e si faceva portavoce dei nostri progetti presso la comunità. Il ché non voleva dire che il coinvolgimento c’era stato. Chi metteva in moto le famiglie erano i bambini, erano loro i più incuriositi dalla nostra presenza, i più contenti per i dispositivi ludici che costruivamo nel Campo Boario. Non posso immaginare cosa ricordano oggi della giornata del Globall Game quando il piazzale era stato invaso da centinaia di palloni da calcio e cento persone continuavano a prenderli a calci da una parte all’altra, un gioco inarrestabile e irresistibile anche per gli adulti. Lentamente infatti dopo i bambini arrivano i ragazzi più grandi, poi le mamme, infine i capi famiglia. È così che è incominciata la relazione. Dopo alcuni mesi le donne hanno smesso di voler leggerci la mano e hanno cominciato ad offrirci il caffè o a volte un pranzo, i ragazzi hanno smesso di far la parte dei bulli e di dirci di stare attenti al portafogli, gli uomini hanno smesso di osservarci in modo sospettoso. Alla fine tutti si sono stufati di portare la maschera da nomadi e si sono rivelati per ottime persone quali sono. Con Aldo continuiamo a lavorarci, è stato molto importante anche sul progetto del Tevere che stiamo facendo ora.

D: so che tutto questo è anche merito di Matteo Fraterno? Che è lui l’artista che ha cominciato a lavorare in stretto contatto con loro?

R: Matteo è stato molto importante, è napoletano ed ha un’incredibile capacità di costruire relazioni e di entrare in profondità nelle realtà con cui lavora. Noi avevamo già lavorato insieme alla comunità in varie occasioni, a cominciare dal Pranzo Boario, dove Lorenzo era riuscito a coinvolgere la moglie di Aldo a cucinare un ottimo gulasch da mangiare insieme agli altri piatti tipici delle altre comunità in una grande tavolata rotonda nel piazzale. I rom erano venuti, avevano mangiato, ballato e avevano fraternizzato con i curdi. In seguito abbiamo organizzato con loro un workshop, il titolo era Rom(a) e abbiamo cominciato a comprendere meglio tante cose. Poi è arrivato Matteo con “Serenate”, ha portato una banda di musicisti, artisti, amici, un sacco di gente tra i camper per fare un finto matrimonio zingaro. Un’ idea sensazionale insomma, delle sue. E in effetti è stata la prima volta che abbiamo invaso in tanti l’interno del loro piazzale, e che abbiamo fatto un’azione direttamente in casa loro. Da quel momento Matteo è diventato un personaggio per tutti gli zingari. E questo è stato importante per conquistare la fiducia di Tomo e Milka, i due anziani che gli hanno raccontato del loro internamento nel campo di concentramento di Agnone nel ’41. È stato nel gennaio del 2004, quando abbiamo organizzato il progetto “Samudaripen” (che in romanès vuol dire “olocausto”, tutti morti) in occasione della giornata della memoria per la Shoa. Ne è nato un ottimo lavoro, in seguito Milka è tornata al campo di concentramento con noi e Matteo ed ha ottenuto dal sindaco la cittadinanza onoraria. Un vero lavoro di arte pubblica.

D: da come parli mi sembra quasi che per voi il l’accampamento di Testaccio sia un habitat ideale? Perché tanto interesse per questo mondo? Voi vorreste vivere cosi?

R: ma intanto ti dico che il caso di Testaccio era sicuramente un caso estremo di benessere economico e sociale e che quell’accampamento di roulotte non aveva nulla del degrado in cui versano altri campi della capitale. Era sempre pulito, c’erano anche sette laboratori per i metalli e il lavoro non mancava. Tra le persone sedute in veranda sembrava quasi di stare in un campeggio estivo. Oggi dopo aver fatto visita a tanti altri campi quello di Testaccio mi sembra veramente una grande eccezione. Come habitat quello è l’unico esempio positivo che mi sento di fare. Per il resto qui a Roma la maggior parte dei campi è un inferno non invidiabile da nessun essere umano.
Su cosa ci attirava, oltre al desiderio di conoscenza, ti risponderei in una sola battuta: lo stile di vita. È proprio un altro modo di stare al mondo, per certi tratti veramente invidiabile, anche se non credo potrà mai essere il mio. E comunque non è che accettassi tutto della loro cultura, siamo molto diversi e non riuscirei a vivere con le loro regole comunitarie. Ma quel mondo non è poi cosi lontano, è qualcosa che in qualche modo ci appartiene, che abbiamo dentro e che dovremmo frequentare per ritrovarlo in noi da qualche parte. Per conoscerlo dobbiamo riconoscerlo. È per questo che ci sembrava importante invitare i cittadini a conoscerlo. Ma comunque ora tutto questo non c’è più, entri al Campo Boario e c’è il cantiere per il mercato dell’economia equa e solidale… sembra assurdo ma è così.

D: si lo so, sono stati sgomberati il 4 aprile per fare posto alla Città dell’Arte e dell’Altra Economia. Sono stati ricacciati via un’altra volta dall’Arte e questa volta definitivamente. Sembra quasi un paradosso, il Comune ha ripulito tutto come se l’arte non dovesse occuparsi della realtà e se i rom non fossero esattamente l’altra economia. Eppure i rom calderasha di Testaccio erano noti per la loro grande integrazione con il quartiere, mi sembra assurdo che sia finita così. Ma una soluzione non si sarebbe potuta trovare? Loro cosa avrebbero voluto, come vorrebbero abitare?

R: ma si, il Sindaco avrebbe potuto risolvere la situazione egregiamente e poi anche portare il risultato come un fiore all’occhiello. Non solo da mostrare come esempio per chi invoca più sicurezza, ma anche come traguardo possibile per le altre comunità rom cittadine che vivono nel degrado ambientale e sociale. In fondo chiedevano un terreno, un piazzale dotato di luce acqua, avrebbero pagato regolarmente le bollette. Se fosse stato un terreno agricolo avevano anche proposto di comprarlo. Abbiamo anche fatto dei giri insieme a loro per cercare dei terreni possibili, ma poi non se ne è fatto più niente, il tutto è passato dall’assessorato all’urbanistica a quello delle politiche sociali, e adesso direttamente alla prefettura.

D: è incredibile che l’abitare di queste persone non sia di competenza dell’urbanistica ma sia solo un problema di pubblica sicurezza. Sono più di ventimila persone da sistemare a Roma, com’è possibile che urbanisti e architetti non se ne occupino?

R: ma guarda in realtà, a parte le solite associazioni che da anni offrono assistenza, di tutto questo non se ne occupa nessuno. E in molti campi non entra veramente mai nessuno, solo la polizia, che spesso entra nelle loro case senza permesso di perquisizione. Anche i giornalisti hanno paura di entrare in un campo, ci vanno solo quando succede qualcosa di grave, tutti insieme e magari scortati. È per questo che mi sembra importante portare gli studenti nei campi, fargli conoscere queste realtà serve a cominciare a scalfire i pregiudizi, ad assottigliare i muri di difesa, intendo dire reciprocamente, sia per gli studenti che per i rom.

_ sui letti del Tevere

D: siamo finalmente a quello che state facendo oggi, all’azione di ricerca “Sui letti del fiume e all’Atlante dell’abitare sul Tevere”. Da dove nasce il progetto e in cosa consiste?

R: il progetto è nato un anno fa da una proposta di Kristin Jones di fare un lavoro per la “Piazza Tevere” inaugurata da lei tre anni fa con una bellissima installazione di lupe tiberine disegnate sugli argini. Noi da tempo pensavamo di approfondire il tema dei rom e di comprendere le relazioni tra Rom, Rumeni e Romani (all’inizio era questo il titolo del progetto). Così abbiamo deciso di camminare lungo tutto il Tevere e di raccontarlo il tutto in un Atlante in collaborazione con il corso di Arti Civiche della Facoltà di Architettura di Roma Tre. La camminata è diventata il programma del corso e a marzo sono cominciate le esplorazioni a partire dalla foce, da Ostia e Fiumicino. Un corso interamente svolto in città e fuori dalle aule della facoltà, in cui a camminare erano gli studenti, i membri di stalker/osservatorionomade e diversi ospiti: una carovana molto eterogenea per età e formazione che ogni giovedì si divideva in due gruppi di una ventina di persone ciascuno per camminare in parallelo sulle due sponde dal pranzo al tramonto.

D: e come si svolgono le camminate? Chi avete incontrato?

R: si cammina tra i canneti, su un sentiero che spesso evapora lentamente, e allora bisogna aprirselo davanti ai piedi, tra i rovi e le ortiche. Poi a volte dal sentiero principale si stacca un sentiero secondario che scende sul greto, si cominciano a vedere dei panni stesi, si sentono delle voci e noi cominciamo a chiedere “c’è nessuno? È permesso”. Ci presentiamo dicendo di non essere né la polizia né dei giornalisti e spiegando quello che stavamo facendo. Ne nascono delle normali conversazioni di solito a partire dalle loro storie personali, perché abitano lì, da dove vengono, che lavoro fanno, come vivono, se vogliono restare lì per tanto tempo o è una soluzione temporanea, se hanno desideri abitativi particolari, se hanno costruito loro la baracca o l’hanno trovata o l’hanno comprata a qualcuno, se hanno acqua e luce, se qualcuno viene mai a fargli visita. Spesso ci è stato offerto un caffè o dell’acqua, insomma quasi sempre il tutto si è svolto in un’atmosfera molto conviviale. Altre volte invece o per la lingua o per la diffidenza, non siamo riusciti a dialogare, solo in due casi siamo stati allontanati.

D: e insomma chi sono? Quanti sono? Sono tutti nomadi?

R: no non sono tutti nomadi e comunque questa parola è già sbagliata. L’altra sera eravamo a cena con Aldo e lui ci ha chiarito un sacco di cose che noi avevamo solo intuito, un sacco di informazioni utilissime a sbrogliare questa matassa ingarbugliatissima del “problema nomadi”. Il comune chiama “nomadi” a Roma circa 20.000 persone e mette sotto questo appellativo dispregiativo una quantità di realtà differenti che in realtà di nomade non hanno niente. Aldo dice che come loro, di famiglie “transitanti”, a Roma ce ne sono una ottantina, non si arriva neanche a cento, insomma secondo lui A ROMA I NOMADI NON SONO PIU’ DI 400 PERSONE!!! Ti rendi conto? Se il problema fosse questo sarebbe già risolto. Queste quattrocento persone chiedono solo di potersi spostare e fermarsi con i loro camper dove vogliono, come hanno fatto per anni, fino al ’95, quando il campeggio è stato vietato in tutto il territorio comunale. Invece a Roma le aree di transito non sono mai state fatte. In tutta Italia ce n’è solo una ad Arezzo, mentre ce ne dovrebbe essere una in ogni comune superiore i 15.000 abitanti, come i “terrains pour les gents de vojage” che ci sono in Francia. Insomma trovare una soluzione per i nomadi a Roma non mi sembra impossibile…

D: ma scusa se solo 400 sono nomadi, gli altri 20.000 chi sono?

R: è questo il punto: SONO PROFUGHI. Sono profughi di etnia rom. I primi ad arrivare in Italia negli anni ‘90 sono stati quelli che fuggivano dalla ex Jugoslavia, sono serbi, bosniaci, kosovari, macedoni… oggi invece molti vengono dalla Romania e a questi si sono mescolate molte persone non rom, o “gagè” come si dice in romanès, che spesso vivono accanto o dentro ai campi rom, affittando le baracche rimaste vuote. Ma la cosa più importante è che tutte queste persone, prima di venire in Italia non erano nomadi, nel senso che non transitavano, ma da secoli erano oramai sedentarizzati ed abitavano in “case”, a volte anche al quinto piano di una casa popolare, capisci cosa intendo dire? Non hanno una cultura abitativa dell’abitare “nel campo”, è che qui in Italia sono stati chiamati “nomadi” e quindi mandati ad abitare nelle baracche! Insomma non si può parlare di “campi nomadi”, sono dei CAMPI PROFUGHI come ce ne sono oggi in tutto il mondo, luoghi dove ogni diritto viene sospeso e dove la il concetto di legalità diventa sempre più ambiguo. Persone private dei diritti fondamentali e ridotte a vivere in condizioni agghiaccianti.

D: è incredibile. Ma di che cosa vivono? Come fanno a campare?

R: ma non c’è una risposta univoca ed è molto diversa per rom e gagè. I rom transitanti hanno ancora abbastanza lavoro, lavorano i metalli, lucidano oggetti sacri delle chiese, pentole e posate di caserme e ristoranti. Insomma viaggiano per procacciarsi il lavoro in tutta Italia, e forse oggi potrebbero anche lavorare solo nell’area metropolitana di Roma, tanto è cresciuta la città. Ma comunque a loro piace stare in giro…
Per gli altri rom il lavoro è un problema, nessuno gli dà un lavoro, i pregiudizi sono enormi. Fanno lavori alla giornata, suonano nelle metropolitane, lavano i vetri ai semafori, molti vivono di sola elemosina, altri raccolgono materiali usati e li riciclano, e altri hanno attività illegali, è innegabile. Non lo condivido ma mi rendo conto che quando hai dei figli e la sera gli devi portare qualcosa da mangiare alla fine sei anche costretto a farlo. E comunque per la maggior parte sono solo piccoli furti di sostentamento non sono malavita organizzata, anche se recentemente nei campi sono entrati lo sfruttamento della prostituzione e lo spaccio di cocaina, e questo molto preoccupante. Ma per la maggior parte è un po’ la vita che si faceva nelle baraccopoli degli anni ’50, in certi momenti sembra di essere in un film neorealista, in “ladri di biciclette” o “miracolo a Milano” o “i soliti ignoti”, qualcosa che la nostra cultura conosce molto bene insomma.

D: e gli altri, quelli che dicevi non essere rom, ma che vivono nelle baracche?

R: sono moltissimi e sono soprattutto rumeni, ma ci sono anche moldavi, polacchi… loro hanno un accesso molto più facile al lavoro. Tanti hanno lavori di fortuna, fanno gli operai a giornata, lavorano sottopagati e in nero nei cantieri edili, alcuni hanno anche la partita iva, molte donne che abbiamo incontrato fanno le badanti, altre le colf… insomma sono persone che vivono quotidianamente tra noi. Solo che con quello che gli diamo non riescono a pagarsi un affitto, sarebbero espulsi da questa città se non si fossero costruiti le baracche. A Roma un letto su cui dormire a turno di giorno e di notte costa anche 200 euro, una camera più di 400 euro, lo stesso prezzo di una baracca scassata, senza ruote, intorno a cui ci si può costruire una veranda, altre stanze, la cucina, un bagno nel canneto, insomma un habitat completo, spesso anche dignitoso e con vista sul fiume. Abbiamo visto anche delle situazioni accettabili, insomma, comunque meglio di un appartamento iperaffollato con un letto su cui turnarsi.

D: prima parlavi degli anni ‘50, so che avete invitato anche Giovanni Berlinguer, oggi parlamentare europeo, ma in quegli anni autore insieme a Cesare della Seta del famoso libro Borgate di Roma. Cosa vi ha raccontato?

R: è stato un incontro molto bello. Ci ha raccontato di quando al posto di rumeni e dei moldavi c’erano siciliani e calabresi. Stavano negli stessi posti peraltro, nel libro c’è una descrizione delle baracche dell’Aniene che sembra la stessa di oggi. Ci ha detto che il libro era nato da una grande nevicata di tre giorni della primavera del 1956. Roma era bloccata e allora un gruppo di intellettuali del PCI erano andati a portare i primi aiuti alle baraccopoli. Erano una ventina e andavano a piedi, tra gli altri c’erano Pasolini, Moravia, Pontecorvo, Lizzani. Ma a quel tempo la povertà la conoscevano tutti, era appena finita la guerra, c’erano comitati di lotta, gruppi organizzati, il partito, i sindacati, i preti baraccati. È da lì che sono nate le lotte per la casa e infine le leggi per l’edilizia economica e popolare. Oggi i partiti sono assenti, queste persone non portano voti e occuparsi di loro ne fa anche perdere di voti. A destra e a sinistra si fa la gara a chi chiede più sicurezza, se la prendono con queste persone solo perché vivono nelle baracche. Prima c’erano gare di solidarietà, oggi il comune di sinistra gli chiude le fontanelle, disattiva le fermate delle metropolitane, li lascia vivere nell’immondizia senza neanche portargli un cassonetto, gli demoliscono le baracche senza preavviso, con tutte le loro cose dentro, un incubo. Li stanno cacciando rendendogli la vita impossibile. Abbiamo anche incontrato persone che seppure nate per la terza generazione in Italia, ancora non hanno la cittadinanza italiana. Non si capisce come si fa a chiedere a queste persone di rispettare le regole se i primi a non rispettare i diritti umani siamo noi, non si capisce come chiedere doveri se non gli diamo i diritti che gli spettano.

_ sui Patti della Sicurezza

D: mentre stavate conducendo l’inchiesta sul Tevere sono stati firmati i Patti della Sicurezza, proposti dal Ministro degli Interni Amato e poi sottoscritti dai prefetti, dai sindaci e dai presidenti di regioni e province. So che a Roma per risolvere il problema della sicurezza è stato deciso di allontanare tutti “ i nomadi” dalla città e di costruire per loro quattro grandi campi da mille persone, fuori dal Grande Raccordo Anulare. Li chiamano Villaggi della Solidarietà. Mi sembra orribile, voi che ne pensate?

R: è una cosa gravissima, che non è mai successa nella nostra storia democratica, una vera svolta autoritaria, pericolosa perché demagogica e razzista. Hanno trovato il capro espiatorio nel “nomade” e adesso lo mettono alla gogna come dice Padre Sardelli nella sua lettera al Sindaco, “si vuole colpire i poveri invece di colpire la povertà”. Ci sono migliaia di persone, uomini, donne e bambini, che dovranno pagare per le malefatte di alcuni. Si colpisce l’etnia e non il singolo. I primi a contestare i patti sono stati gli “ebrei per la pace”, loro la conoscono molto bene questa storia, hanno detto che si tratta senza mezzi termini di deportazione etnica e di campi di concentramento. In questi quattro campi andrebbero a vivere l’uno accanto all’altro popoli che scappano dalle stesse guerre, i bosniaci insieme con serbi e con i kosovari… sarebbe una vera miscela esplosiva. E li vogliono mettere lontano dalle aree abitate e dai collegamenti per non farli più ritornare in città, per renderli invisibili in favelas di container, recintate, con guardiania all’ingresso. Dentro ci sarà una ambigua sospensione della legalità, come nei CPT, e nessuno potrà sapere cosa vi accade, col tempo ce li dimenticheremo.

D: effettivamente è agghiacciante. Ma voi a che alternative avete pensato? Cosa proponete?

R: intanto diciamo al Sindaco e al Prefetto che il problema è complesso e che deve essere affrontato in modo complesso, non si può semplificare il tutto con quattro campi. Si vogliono eliminare i 23 campi legali riducendoli a 4, e allontanare con la forza gli abitanti dei 30 campi illegali della città (numero molto sottostimato visto che solo sul Tevere noi di illegali ne abbiamo trovati 54…) noi crediamo invece che con i 15 milioni di euro stanziati per i nuovi campi, si dovrebbero riproggettare da capo i 23 campi legali, con tipologie diversificate, in alcuni casi anche a più piani, e che si potrebbe fare il tutto in autocostruzione con evidenti risparmi e maggiori garanzie sulla manutenzione. Vedi qui l’amministrazione e tutti quelli che si occupano dell’abitare sono rimasti veramente molto indietro. Qui a Roma autocostruzione è sinonimo di abusivismo. E come soluzione alla baracca si ipotizzano solo case popolari, il ché fa diventare la soluzione quasi impossibile, dato che non se ne fanno più da anni. Noi crediamo invece che vada superata la logica del campo, estranea alle culture rom, e che tra la baracca e la casa popolare ci sia un ventaglio enorme di possibilità abitative che sono inesplorate e che potrebbero essere buone soluzioni anche per chi non è rom. Che insomma tutto ciò potrebbe positivamente influenzare anche la nostra maniera di vivere.

D: ma queste 23 aree esistenti in che senso sono legali? Da quanto esistono? Dove sono?

R: sulla legalità dei campi si apre un enorme buco legislativo. Sono li a volte per una semplice ordinanza del sindaco, magari si chiamano ancora “campi provvisori” dopo venti anni. Sono stati creati con l’arrivo dei profughi dei Balcani, prima non esistevano, e comunque oggi nessun rom li vuole. La domanda che viene da queste comunità è di piccoli insediamenti di poche famiglie, sparse in tutta la città. Ma il problema è anche di tipo speculativo, perché queste 23 aree sono sotto una forte pressione della speculazione edilizia. È chiaro che una volta che i nomadi se ne saranno andati i prezzi saliranno immediatamente. Come è chiaro anche che si utilizzeranno i quattro campi, di cui ancora non si sa la localizzazione, posizionandoli qui e là fuori dal GRA per rendere edificabili porzioni di campagna romana e far abbassare i prezzi delle aree. In questo modo i costruttori potranno comprare e quando poi si deciderà che l’area non è idonea per il megacampo, i costruttori potranno cominciare a costruire su quei suoli comprati a prezzi stracciati, costruendo quartieri abominevoli, sfruttando i rumeni in nero, senza sicurezza nei cantieri… i problemi in realtà sono tutti collegati e come al solito fanno capo alla rendita fondiaria e alla speculazione edilizia. Quei 23 campi devono rimanere dei “nomadi”, se li sono guadagnati abitandoci per venti anni, con enormi sacrifici. Non devono diventare né nuove palazzine né parchi pubblici. Devono rimanere destinati ai rom.

D: di tutto questo nessuno ne parla, voi pensate che si possa costruire un opinione pubblica in favore dei rom e dei baraccati, non vi sembra un po’ utopico?

R: si questa posizione è decisamente minoritaria, proprio perché il problema non lo si conosce, la stampa sia di destra che di sinistra non fa altro che etnicizzare ogni fatto di cronaca e questo peggiora le cose. Secondo me tra venti anni ci vergogneremo di quello che stiamo facendo ai nuovi paria. I “nomadi” sono invisi a tutti e i pregiudizi sono radicatissimi anche tra le persone più vicine a noi. È per questo che bisogna trovare il modo con cui costruire un consenso, a partire dalla conoscenza del problema. Due settimane fa abbiamo fatto un appello alla cittadinanza di venire a dormire sotto Ponte Garibaldi, in pieno centro. Uno sleep-out di solidarietà e per contestare i patti di sicurezza. Ha funzionato, sono venute un migliaio di persone e un centinaio ha dormito in tenda. Adesso stiamo lavorando a una visita pubblica al campo di Castelromano, dove ci i sono rom sgomberati dal centro e che ora si ritrovano lungo un’autostrada a venti chilometri da Roma. Sono senza acqua potabile, in filari di container. Per l’amministrazione è un “campo attrezzato”, ed è spesso stato citato come il modello per i nuovi quattro campi.
È importante portare la gente a vedere che cosa si vuole fare.

Francesco Careri, 25 luglio 2007

Verso l’Università Nomade di Stalker

Roma, giugno 1999. Nel programma della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, tra i diversi workshop di paesaggio, fotografia e architettura d’interni, una materia chiamata “Stalker” viene presentata ai potenziali studenti in questi termini: “un seminario nomade che indaga nuove modalità di abitare e di essere cittadini di Roma, (…) un’esplorazione della nuova realtà metropolitana, un viaggio nell’habitat dei Curdi a Roma”. A parte la cripticità dell’argomento, a differenza degli altri seminari, qui Stalker figura sia come insegnante che come materia di studio.

Stalker professore e Stalker materia didattica. Questa nuova e del tutto inedita veste pedagogica ci obbliga da subito – in quanto Stalker – a porci alcune domande: può Stalker essere una “materia didattica”, un “sapere” insegnato da alcuni e appreso da altri? e ancora, può l’attività didattica rientrare negli interessi e nelle attività di Stalker? e dunque, in fondo, perché insegnare, che cosa insegnare, come insegnare? e poi ancora un ultimo dubbio, chi è l’insegnante? Come può Stalker organizzare un workshop quando intende farlo “in gruppo” e quando il “gruppo” non è quello degli studenti ma degli “insegnanti”, ossia una tribù di numero quasi uguale al numero degli studenti?

In realtà a queste domande Stalker non ha mai voluto dare una risposta. Nel corso dei due anni trascorsi al Campo Boario ha praticato sul terreno – organizzando anche nuove occasioni “didattiche” – le contraddizioni insite in quelle domande, e forse solo oggi che l’esperienza al Campo Boario sembra passare ad una nuova fase si può provare a cominciare a rispondere: Stalker si può insegnare? Si, forse il termine non è proprio “insegnare”, ma Stalker è un qualcosa che si può condividere e quindi trasmettere, e al Campo Boario esistevano le condizioni perché la trasmissione avvenisse. In quel primo workshop in realtà eravamo noi stessi nella condizione di voler imparare, ci trovavamo di fronte un mondo mai affrontato prima e non potevamo indossare le vesti degli insegnanti ma casomai condividerle con quelle dei nostri studenti. Abbiamo così deciso di invitare ancora altri insegnanti – persone con cui volevamo condividere quell’esperienza – e abbiamo trasformato anche i nostri studenti in insegnanti: ci siamo cioè messi al centro del flusso della trasmissione funzionando da catalizzatori tra i due poli. In questo modo si poteva contemporaneamente imparare e trasmettere ad altri – e quindi a noi stessi – ciò che stavamo imparando, si poteva partecipare ciò che insieme stavamo divenendo, o meglio si riusciva a condividere il nostro divenir altro.

Con il tempo ci siamo convinti che le modalità desunte dall’esperienza al Campo Boario potevano essere applicabili anche in altre situazioni. È nata dunque l’idea di prolungare in altri contesti una forma di apprendimento e trasmissione che potesse spostarsi in diversi luoghi e intervenire incidendo direttamente e istantaneamente sulla realtà. A questa cosa abbiamo dato il nome di Università Nomade e abbiamo cominciato a praticarla traendone alcuni insegnamenti che possono essere utili non solo per diventare architetti o urbanisti, ma per essere semplici cittadini.

Nell’Università Nomade gli studenti – e quindi anche noi – si trovano spesso in situazioni in cui è già troppo tardi per intervenire, figuriamoci per progettare. Ci si trova a mettere in piedi in poco tempo e senza soldi una sorta di pronto intervento spaziale basato solamente sulle nostre capacità di adattamento e di organizzazione. In queste condizioni si deve ri-imparare a liberare quella creatività spesso repressa e a recuperare quell’istinto all’autodeterminazione del proprio ambiente e quella primordiale attitudine all’appropriazione dello spazio oramai andata dimenticata tra nozioni didattiche e barriere disciplinari di vario genere. Si deve ritrovare tra le nostre capacità, quella innata attitudine al gioco delle relazioni che ci ha permesso in altre occasioni di condividere lo spazio con altri: comprendere velocemente quali sono le regole del gioco, capire quali sono le leggi interne di un territorio, osservare che cosa vi accade, dove sono i confini non tracciati e che risultano a prima vista invisibili, in poche parole cosa è bene fare e cosa assolutamente non si deve fare e poi una volta capito farlo con poesia. Tutto ciò non è un processo scontato. Per chi partecipa a un nostro workshop, è spesso la prima volta che si trova a realizzare una propria “architettura” nello spazio pubblico, e a volte il primo istinto è quello di firmare un luogo con dei graffitti oppure di mettere in ordine e raccogliere l’immondizia per trasformarla in inutili oggetti “trash”. Basta poco per comprendere che tutto ciò resta inefficace a produrre spazio pubblico. Un altro atteggiamento è quello di instaurare un contatto con gli abitanti cercando di risolvere i loro problemi. In pochi minuti veniamo trasformati in assistenti sociali e ci troviamo a risolvere problemi e conflitti che hanno veramente poco a che fare con la trasformazione dello spazio. Ma tra l’0pera d’Arte e il Volontariato Ecumenico ci sono in realtà una infinità di possibilità e di sfumature. Il difficile sta nel non cadere nelle trappole preparate dalla nostra cultura e di essere invece capaci di utilizzare il territorio come medium, come una sorta di interlocutore attraverso cui è sempre possibile porsi nuove domande e trovare nuove risposte. Semplici operazioni come celebrare i luoghi, trovare e inventare nuovi riti e nuovi miti, nuovi nomi e nuovi toponimi, costruire dispositivi e oggetti conviviali, essere catalizzatori per processi già in atto, ci sono sembrate delle appropriate modalità di intervento di una disciplina che può ancora chiamarsi architettura. L’architettura è ancora “trasformazione dello spazio”, ma per “spazio” si deve intendere una parola più vasta che non significa solo spazio geometrico-proporzionale, ma anche spazio vissuto, spazio sociale e quindi spazio politico, e allo stesso modo anche per “trasformazione” non si deve intendere solo progettare una pur bellissima mutazione dello spazio ma mettere in moto un processo in cui noi stessi veniamo trasformati.

Cercando di andare oltre l’ampliamento dei confini disciplinari abbiamo trovato una modalità di intervento in cui l’esperienza didattica non si conclude in sé, ma resta indefinitamente aperta sia per gli insegnanti che per gli studenti. Nella nuova veste di insegnanti, piuttosto che metterci in cattedra, abbiamo voluto costruire un dispositivo di ascolto in cui pseudo-insegnanti e pseudo-studenti apprendono dal territorio (inteso quindi come territorio vissuto) e trasmettono ad altri pseudo-insegnanti/studenti (e quindi anche agli abitanti del territorio), cercando di costruire uno spazio pedagogico in cui didattica e ricerca possono finalmente fondersi nella trasformazione dello spazio. In realtà, infatti, ciò che ci aveva spinto a trasformare in forma pedagogica la nostra esperienza era proprio il fatto che a noi tutto ciò era mancato: nessuno nella nostra formazione di architetti o di cittadini ci aveva mai proposto di trasformare la realtà, nessuno ci aveva proposto da studenti un salto dalla teoria disegnata alla teoria praticata sul terreno e nessuno ci aveva tolto per qualche giorno dagli spazi astratti dei computer e delle biblioteche per farci intervenire nel vivo della città, nelle quattro dimensioni dello spazio reale e in contesti sociali difficili. Nell’università Nomade l’unica cosa che chiediamo agli studenti – e quindi anche a noi stessi – è di essere capaci di abitare lo spazio vissuto, di riuscire a comprenderne le vocazioni, di svelarne i valori estetici simbolici e politici, di arrivare a rendere visibile ciò che prima era invisibile e accessibile ciò che era inaccessibile, in una parola di trovare spazi e renderli pubblici: essere capaci di produrre spazio pubblico.

L’Università Nomade è appena cominciata.

Francesco Careri per Stalker

Ottobre 2001

Post Scriptum : del luglio del 2002 Stalker è confluito con altri artisti e ricercatori in una nuova struttura: L’Osservatorio Nomade.

Ottobre 2003

constant e il campo nomadi di alba. da “domus” ott. 2005Note sull’urbanismo unitario di Francesco Careri (osservatorio nomade)

 

Il primo agosto scorso è morto Constant. Lascia al mondo dell’arte e dell’architettura una molteplice e contraddittoria eredità: c’è chi di New Babylon “ha copiato solo le forme senza prenderne i contenuti”, come lui stesso mi aveva detto a proposito di tante architetture opulente che offrono un’immagine ludica e colorata al neocapitalismo trionfante. C’è chi ha continuato la strada utopica e visionaria del nomadismo antiarchitettonico – forse l’aspetto più affascinante di New Babylon – e penso alla Walking City di Archigram, alle griglie energetiche di Superstudio fino alle recenti e a volte ridicole versioni del neo-pop digitale. E, ancora, c’è chi costruisce reti informatiche, realizzando New Babylon in scala digitale; chi ne sperimenta la vita liberata in occupazioni, autogestioni e nuove comunità; chi ripropone l’approccio creativo e interdisciplinare dell’urbanismo unitario cercandovi risposte per l’attuale città multiculturale. Questa ultima strada, che era alle fondamenta di New Babylon, offre oggi possibilità impensabili all’epoca dei situazionisti, forse troppo impegnati a costruirne la teoria e lo spazio, troppo poco alla ricerca di un luogo, di un terreno concreto in cui mettersi in campo.Proviamo a ripartire da Alba cinquanta anni dopo, da quella comunità di sinti piemontesi ai quali Pinot Gallizio aveva donato un terreno e Constant un progetto: l’idea di non imporre ai nomadi un’urbanità sedentaria, ma al contrario di prenderne a modello lo stile di vita per proporre al mondo intero un diverso modo di abitare lo spazio. La storia è andata però in un altro modo. La rivoluzione non è arrivata e quella società multiculturale che avrebbe dovuto costruire New Babylon si trova oggi tra le discariche delle zone più periferiche delle nostre città e dei nostri pensieri. Il campo dei nomadi di Alba non è stato per i situazionisti un “terreno di gioco e di partecipazione”. L’urbanismo unitario, che lì aveva trovato un campo concreto su cui giocare, non ci ha giocato, non si è messo in campo. Malgrado i proclami per un’arte collettiva da applicare allo spazio urbano, i situazionisti non sono riusciti a trovare un terreno comune dove sperimentare le capacità dei singoli membri: quelle da costruttore di reti di Asger Jorn, abile seduttore e potenziale regista di tante squadre interdisciplinari da mettere in campo; quelle di costruttore di senso di Guy Debord, capace di caricare di significati politici e filosofici gli aspetti che mano a mano emergono dal campo; quelle da costruttore di spazi di Constant capace di tradurre in poesia tridimensionale le qualità dello spazio nomade; quella di costruttore di relazioni di Pinot Gallizio, capace di intessere fili tra la realtà concreta del campo nomadi e il mondo politico e culturale di Alba. Capacità ancora oggi fondamentali per trasformare spazi complessi. L’urbanismo unitario non è sopravvissuto alle espulsioni, alle dimissioni e alle vanità artistiche dei suoi singoli membri. I concetti di antibrevetto e di non autorialità, seppure ben formulati, non sono stati spesi proprio lì dove sarebbero serviti per attivare processi creativi di trasformazione collettiva e partecipata. Oggi, seppur in misura ancora insufficiente, lo scenario sembra mutato. Ci sono amministrazioni che affrontano situazioni difficili e atrofizzate non con le usuali procedure urbanistiche, ma affidandosi alle possibilità dell’arte pubblica e in molti cominciano a ricevere da queste operazioni benefici e ritorno politico. Il mondo culturale con fondazioni, centri d’arte e università, comincia impegnare risorse in questa direzione. Negli studenti inizia a nascere un desiderio di mettersi campo piuttosto che al computer, di partecipare da vicino alle trasformazioni del territorio portando le proprie capacità a servizio della collettività, di rendersi utili a chi ne ha bisogno piuttosto che agli studi professionali dello star-system griffato. Ma c’è bisogno delle persone giuste, che sappiano veramente lanciarsi nella creatività collettiva superando l’autorialità, la firma, il brevetto, che sappiano costruire reti, estrapolare significati, fornire visioni, costruire relazioni e istigare processi trasformativi. I campi nomadi sono i luoghi simbolo delle peggiori realtà urbane in cui da secoli abbiamo relegato l’altro. Sono passati cinquant’anni e siamo sempre lì, sulle rive del Tanaro a domandarci se abbia senso progettare un campo nomade, se abbia senso progettare l’instabile, il transitorio, l’incerto. È chiaro che se non la si affronta in termini culturali, la progettazione di questi spazi rimarrà ai tecnocrati di partito, agli approfittatori o peggio alle questure. Il campo nomadi di Alba continua a essere una scommessa per tutti.Pellegrinaggio ad Alba, agosto 2005 di Francesco Careri, Armin Linke e Luca Vitone.

 

Alba, dicembre 1956Racconto della visita di Constant e Gallizio al campo dei nomadi di Alba, durante un soggiorno presso il Laboratorio del Bauhaus Immaginista.“Gli zingari che si fermavano per qualche tempo nella piccola città piemontese di Alba avevano preso da molti anni l’abitudine di costruire il loro accampamento sotto la tettoia che ospitava una volta alla settimana il mercato del bestiame. Qui accendevano i loro fuochi, attaccavano le loro tende ai pilastri per proteggersi e per isolarsi, improvvisavano ripari con casse e tavole abbandonate dai commercianti. La necessità di ripulire la piazza del mercato dopo tutti i passaggi dei Gitani aveva portato il Comune a vietarne l’accesso. Si erano visti assegnare in compenso un pezzo di terreno erboso su una riva del Tanaro, il piccolo fiume che attraversa la città: un anfratto dei più miserabili. È là che sono andato a trovarli, in compagnia del pittore Pinot Gallizio, il proprietario di questo terreno scabro, fangoso, desolato che gli era stato affidato. Di quello spazio tra le roulotte, che avevano chiuso con tavole e bidoni di benzina, avevano fatto un recinto, una “città dei gitani”. Quel giorno ho concepito il progetto di un accampamento permanente per i gitani di Alba e questo progetto è all’origine della serie di maquettes di New Babylon. Di una New Babylon dove si costruisce sotto una tettoia, con l’aiuto di elementi mobili, una dimora comune; un’abitazione temporanea, rimodellata costantemente; un campo nomade alla scala planetaria”.(in: Constant, New Babylon, Haags Gemeentemuseum, Den Haag, 1974)  Alba, luglio 1957Pinot Gallizio, dopo aver difeso più volte i nomadi in consiglio comunale, affigge nelle vie di Alba un manifesto dal titolo L’uomo è sempre l’uomo e annuncia l’inizio della “grande battaglia per la sosta degli zingari”. Il manifesto mostra le foto di Gallizio con i nomadi, ora al mercato ora in riva al Tanaro. Con un’inedita ed efficace performance di comunicazione estetica e politica, Gallizio entra in campo con il ruolo di artista pubblico. Ne seguono polemiche sulla stampa locale contraria ad affidare il nuovo campo agli artisti del Bauhaus Immaginista.

Roma, dicembre 2004

 

La signorina Giulia Liberti Sebaste, amica di Giors Melanotte, il figlio di Gallizio recentemente scomparso, contatta Osservatorio Nomade a proposito di un imminente sgombero del campo di Alba e di una querelle sul terreno che Gallizio aveva regalato nel 1949. Sembra che il campo sia in riva al fiume e che ci siano gli stessi sinti piemontesi che Constant aveva incontrato nel 1956, forse quel terreno è loro. Organizziamo una spedizione in camper per verificare sul luogo, ma poi tutto si arena.

Utrecht, 1 agosto 2005

Muore Constant. Sua figlia Martha Nieuwenhuijs ci dà la triste notizia e ne seguono intensi scambi telefonici. Domus accetta la proposta del viaggio ad Alba. È estate e la grande carovana di Osservatorio Nomade non si riesce ad organizzare, intanto partiamo in tre: Francesco Careri, Armin Linke e Luca Vitone.

Torino-Alba, 29 agosto 2005

ore 15.00: arriviamo alla spicciolata da Martha che abita a Torino nella zona di San Donato. Ci accoglie molto gentilmente e ci mostra vecchi cataloghi e album di famiglia. Sono foto bellissime, a volte con commenti di Constant, didascalie spiritose, piccoli racconti. Apriamo lo scanner e cominciamo a lavorare. Constant appare sempre ridente, festaiolo, ludico; ora in piedi su una sedia; ora vestito da pirata, sempre pronto a far divertire la sua grande famiglia allargata, un esempio di vita liberata condivisa con naturalezza con Asger Jorn, quasi una sperimentazione di New Babylon tra tante mura domestiche. Dagli album vengono fuori le storie. Alba, Albisola, Cosio d’Arroscia. Parigi, la casa che Jorn aveva costruito con un prete operaio, si entrava dal bagno passando accanto alla vasca e al lavandino, e poi seguivano tutte porte scorrevoli, alla Rietveld. Amsterdam, le feste tzigane a casa Constant, dove lui improvvisava con l’amico Jan Kalkman e l’orchestra Kabani, che ancora suona nel ristorante Capitan Zeppo. “È sempre stato un po’ gitano”, dice Martha e Francesco racconta che lui gli aveva detto che in famiglia scorreva sangue nomade, che un avo materno aveva sposato una ragazza manu francese. Martha, quasi a confermare, ci mostra una straordinaria foto di Johannes Theodorus Petrus Cornelissen, il nonno materno di Constant. Sembra la foto di Gallizio con gli orecchini che fa “il re degli zingari”. Partiamo per Alba.

ore 20.10: siamo in ritardo e ci dirigiamo subito all’accampamento in riva al Tanaro, ci fanno strada l’architetto del futuro campo Sandro Lazier e il suo assistente Paolo Ferrara. Il nostro riferimento è Alessio che ci viene incontro all’ingresso. Veniamo accolti molto cordialmente. Ci sono altoparlanti che diffondono una musica molto alta, più tardi scopriamo che sono i ragazzi che fanno un karaoke. Dopo un rapido giro a piedi ci ritroviamo in una veranda a bere caffè. Armin scatta le foto. Francesco e Luca mostrano i libri con Pinot Gallizio tra i nomadi per vedere se si riconosce qualcuno. In realtà non si capisce molto bene, a volte trovano una nonna, a volte dei lontani cugini, altre volte riconoscono in Gallizio un loro parente… L’anno 1956 sembra appartenere ad altre generazioni. Nessuno ha un diretto ricordo di Pinot. Lo conoscono perché il loro campo si chiama Villaggio Pinot Gallizio e all’ingresso c’era il cartello con la foto con gli orecchini, alcuni credevano che fosse un loro avo importante. È tutto sparito con l’alluvione del ’94 che ha cancellato il campo senza fare vittime, per fortuna. Il fiume è assassino e un anno fa un bambino è annegato. L’acqua è il vero problema, tutti sanno che quella è un’area esondabile e che può sempre arrivare il momento di mettere tutto nei camper e scappare. Ci parlano di Amilcare de Bar, detto Taro, un loro parente scampato da Auschwitz e poi diventato un personaggio pubblico ad Alba fino a rappresentare i sinti piemontesi a Ginevra, era lui il riferimento di Pinot, ora vive a Cuneo. Cerchiamo di spiegare chi siamo, cosa vorremmo fare e soprattutto perché loro siano diventati la più famosa comunità nomade della storia delle avanguardie. Quando capiscono che siamo quelli che dovevano venire in camper per sostare nel loro campo si dimostrano più fiduciosi. Francesco scrive una dedica nel suo libro su Constant e New Babylon e ne fa dono a tutto il campo. Lo ricevono con molta cortesia ma non sembrano particolarmente eccitati all’idea di abitare in quelle immagini colorate, forse troppo oltre ogni idea di ‘casa’ anche per un nomade. Descriviamo il plastico del campo nomadi progettato nel 1957 per loro: un circo sinti, un grande sistema di tettoie mobili sotto cui appendere teli, feltri, pareti mobili e tutto ciò che si può costruire e smontare seguendo i desideri e le necessità del momento. Ancora un bicchiere e andiamo in albergo.

Alba-Torino, 30 agosto 2005

ore 7.50: Ci ripresentiamo quando il sole comincia ad alzarsi. Il campo si sta svegliando, è tenuto bene, ha una grande strada-piazza centrale che senza soluzione di continuità entra nei soggiorni delle case. Sono famiglie allargate e molto imparentate tra loro, così le frontiere tra le case, come quelle tra spazi pubblici e privati o tra spazi interi ed esterni, sono assolutamente fluide. Dappertutto è pieno di oggetti che sembrano non appartenere a nessuno e che in realtà appartengono a tutti, oggetti pubblici e domestici: lavandini, barbecue, altalene, sedie dondolo, scale. La città è un villaggio-casa. Mentre la casa-villaggio è un soggiorno all’aperto con intorno tettoie multifunzionali che coprono cucine, verande, roulotte, camion, macchine e magazzini, tutto sembra essere contenuto sotto. Sembra di essere in una New Babylon concreta. 

ore 10.10: arrivano i carabinieri, ci controllano i documenti e se ne vanno. Ci spiegano che è una visita quotidiana, c’è una persona agli arresti domiciliari. Ma qui quasi tutti lavorano, fanno i muratori, raccolgono ferro vecchio e la novità è la nascita di alcune cooperative che prendono appalti dal comune per piccoli lavori e la cura dei giardini pubblici. Continuiamo a perderci nel campo e a interagire attraverso le vecchie foto, un efficacissimo strumento di relazione. La signora Jolanda si affaccia in veranda e dice che quei nomadi con Gallizio non sono loro, che lui non c’entra con questo campo, che quelli che lo hanno fatto sono suo padre Orlando de Colombi, insieme a don Modesto Savoiardo e il maestro Ernesto Prunotto. Prima, loro erano dall’altra parte del fiume, oltre la ferrovia, dove adesso c’è la Ferrero e affittavano da un certo Marino. Adesso qui è sicuramente meglio, c’è l’ospedale vicino e c’è la scuola. Ci stupiscono quanti ci dicono che anche loro sono persone, esseri umani che mangiano, vivono e si ammalano. Alcuni vorrebbero traslocare in normali appartamenti piuttosto che trasferirsi vicino al carcere, come gli hanno proposto. Accanto alle infelici ironie ci sono dei problemi reali, ci sono donne e anziani che vanno solo a piedi e laggiù sarebbe tutto irraggiungibile. Potranno andare al carcere, al canile o al cimitero, che bella prospettiva! E se invece ci mettessero vicino all’ospedale?

ore 11.20: andiamo a Mussotto, il quartiere lì accanto. Don Modesto Savoiardo è in ospedale per un malore, cerchiamo quindi di trovare il maestro, Jolanda ha detto che lui sa tutto, che li ha visti crescere tutti. Il maestro Prunotto vive in un elegante villino, è sui cinquanta ben portati e ci racconta la storia della comunità che ha seguito con grande impegno dalla fine degli anni sessanta, da quando andando a pescare sul fiume era lentamente diventato amico di Orlando, il padre di Jolanda. Ci spiega che il campo di Gallizio in realtà non è questo, che lui aveva dato un terreno sulla riva opposta di dove sono adesso, alla Pontina, dove ora c’è la piscina comunale. Nel 1967 erano 12 famiglie con 10-12 figli a testa e sicuramente stavano nella riva opposta, ma in un tratto più su, di fronte alla fabbrica della Ferrero. Era un pantano. Lui e il parroco sono andati a parlare con i nomadi, hanno scelto il posto, hanno scritto il regolamento interno e hanno fatto costruire docce, bagni, e altri servizi purtroppo distrutti dai nomadi stessi. Una volta entrati al campo hanno avuto la residenza, fatto molto importante per lavorare in regola, per le carte d’identità, per l’assistenza sanitaria. Racconta di quanto è stata difficile la scolarizzazione, che i bambini andava a prenderli lui stesso per portarli a scuola, che il suo sogno era fare una scuola al campo, pomeridiana, aperta anche ai genitori. Adesso le cose vanno meglio, tutti vanno a scuola volentieri, sono invitati alle feste dei compagni, e questo fa superare molte barriere anche ai genitori. Insomma, qui dove sono starebbero anche bene, è stato fatto un percorso di integrazione durato trent’anni, ma il problema è il fiume, e alla prossima piena potrebbe succedere un disastro e tutti lo sanno. Vivere così è una scelta difficile e sono molti quelli che vogliono smettere, soltanto 20 famiglie continuerebbero in un nuovo campo. Secondo il maestro si doveva affrontare il problema con i comuni vicini e trovare una soluzione più generale, ma era istituzionalmente difficile. Ci conferma che dopo una lunga contrattazione il campo andrà vicino alla casa circondariale, che quello è veramente l’unico terreno libero, in pianura e vicino al fiume.

ore 12.30: ufficio di Sandro Lazier, l’architetto che ha redatto lo studio di fattibilità relativo al collocamento e corredo di un nuovo campo per l’accoglimento delle comunità nomadi. È un uomo affabile, franco e simpatico che conosce bene New Babylon, ma si è trovato a progettarla in soli due mesi e all’interno di regolamenti edilizi e standard regionali. Il progetto recepisce dall’attuale campo le tettoie multifunzionali e lo spazio pubblico del piazzale centrale che forse è troppo separato dalla circolazione sul retro. Le abitazioni sono tutte uguali e si capisce che, forse per difetto di tempo o di attitudine, è mancato un contatto diretto che avrebbe prodotto una differenziazione in base alle famiglie della comunità. Il progetto comprende anche una zona di sosta per i nomadi in transito e una grande installazione di land art che copre la vista del campo per chi entra in città. Ma il vero problema è la sua collocazione: una zona non ancora completamente al riparo da inondazioni e che necessita comunque di grossi lavori per essere messa in sicurezza. Andiamo a vedere. Il terreno è in campagna, in un’area collegata molto male, tra l’autostrada, una discarica e il canile, soprattutto accanto al carcere: il muro del nuovo campo sorgerebbe a pochi metri da una recinzione con tanto di torrette di guardia agli angoli. Una scelta, quella del Comune, davvero infelice. Purtroppo su questi temi le politiche di destra e di sinistra si equivalgono per la loro ipocrisia: la strategia è spostarli fuori città, in posti difficilmente accessibili, lontani dalla vista della gente per bene, vicino ai quartieri più difficili e ai loro simili, cosi si sommano problemi ad altri problemi. E questo trattamento è riservato anche a comunità oramai felicemente insediate da più di vent’anni e che stanno procedendo verso un’integrazione nel rispetto delle diversità. Questa situazione dimostra che né la politica né l’architettura da sole sono oggi in grado di entrare in un campo nomade, come peraltro in molti temi complessi che ci pone la nuova città multiculturale. Non si può che affrontali in termini culturali, con un approccio partecipato e interdisciplinare, su questo gli artisti e gli architetti del Bauhaus Immaginista ci avevano visto giusto.

ore 17.00: Continuiamo a cercare in diversi luoghi il terreno di Gallizio. Luca vede nella tettoia del mercato nel centro di Alba, dove i sinti piemontesi si riparavano ai tempi di Constant, il luogo dove installerebbe la bandiera Eppur si muove indice di un nomadismo libertario. Rientriamo a Torino. Ci aspetta Francesca Comisso che ha avuto difficoltà a raggiungerci ad Alba. È esperta di Gallizio e ha recentemente lavorato alla pubblicazione degli scritti dell’artista e di molti documenti provenienti dall’archivio Gallizio. Ci dice che ad oggi non ha mai visto né sentito citare documenti che provino dove era il campo di Pinot e che questo dono non era probabilmente mai stato ufficializzato con un atto; se così fosse, i nomadi sarebbero proprietari di un terreno sul fiume, il che magari potrebbe cambiare le loro sorti. Francesca ci mostra, nella sezione del libro dedicata agli zingari, le interrogazioni di Gallizio al Comune in difesa dei nomadi, gli articoli sul giornale Le nostre tôr contrarie a dare l’incarico al Bauhaus Immaginista e una lettera che Constant scrisse a Gallizio nel 1961, quando entrambi erano oramai fuori dall’Internazionale Situazionista. Qui Constant propone di continuare insieme a lavorare al progetto “che sarebbe una prima realizzazione dell’urbanismo unitario”. Fantastichiamo di ricominciare da lì, dal campo dei nomadi di Alba, di salvarli dal carcere attraverso l’urbanismo unitario, di mettere in atto il progetto di Constant e Gallizio, magari non costruendo filologicamente il plastico del ’57, ma riproponendone l’approccio ludico e costruttivo, quella attitudine di Gallizio di “stare in campo”, quella capacità di Constant di “progettare l’improgettabile”. Forse basterebbe alzare il terreno e ripararlo con gli argini, magari coinvolgendo nella costruzione le cooperative recentemente nate nel campo. Si potrebbe costruire “un terreno di gioco e di partecipazione” e insieme al parroco, al maestro e all’architetto, ricostruire il nuovo campo di tettoie, proprio lì dove sono sempre stati, ad Alba, in riva al Tanaro.

Amsterdam-Alba, 1961

Constant scrive a “l’uomo di Alba”:

“Mio caro Pinot, grazie mille per la biografia che contiene davverodelle bellissime illustrazioni!Poiché tu lì parli della “città degli zingari”, bisognerebbe veramente considerare le possibilità di realizzazione di questo progetto, sarebbe una prima realizzazione dell’urbanismo unitario. So che presto esporrai ad Essen da Van de Loo. Se ci andrai, vorrei incontrarti al vernissage e ne parleremo insieme. Il mio affetto alla signora e a Giorgio. Con amicizia Constant

(in: Giorgina Bertolino, Francesca Comisso e Maria Teresa Roberto, Pinot Gallizio. Il laboratorio della scrittura, Charta, Milano, 2005, p. 232. Il testo originale della lettera è in francese)

2 aprile 2007. Il campo di alba è attualmente sotto processo per abusivismo edilizio e rischia di essere sgomberato prima che il nuovo campo sia costruito

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Una chiesa nomade – Incontro con don Bruno Nicolini (responsabile per la pastorale di Rom e Sinti)

(dal sito della Caritas: http://www.caritasroma.it/pubblicazioni/romacaritas/4-2002/chiesanomade.htm)

Vivono per lo più nelle periferie di Roma, o meglio, come ha scritto un importante quotidiano, “la hanno ormai circondata”: diecimila Rom e Sinti, sono la più grande comunità nomade in Italia. Bosniaci, serbi, macedoni, rumeni, ma anche abruzzesi, campani, calabresi. Originariamente erano maniscalchi, giostrai, commercianti di bestiame, attualmente sono soltanto gli abitanti delle bidonville della Capitale. Molte lingue ed idiomi, culture diverse, sparsi sul territorio romano in assembramenti più o meno grandi, i nomadi sono la “parrocchia” più vasta della Diocesi.

Dal 1990 infatti, seguendo gli orientamenti del Concilio Vaticano II, la Diocesi di Roma ha istituito la Cappellania per la Missione cattolica Rom e Sinti. Fin da allora, don Bruno Nicolini, sacerdote di Bolzano trasferitosi a Roma nel 1964 per lavorare presso la Sacra Congregazione dei Vescovi, è stato il titolare della Cappellania.

“E’ stata una scelta lungimirante fatta dai Vescovi del Concilio: porre l’attenzione oltre che sul territorio anche alle persone, ai popoli, a tutti coloro che non sono radicati in contesti parrocchiali, i nomadi ed i migranti su tutti. E’ la Chiesa che si fa missionaria con due momenti complementari tra loro: da una parte la parrocchia tradizionale che ha cura di chiunque si trovi nel proprio territorio, dall’altra c’è una struttura specifica che si affianca e non sostituisce la parrocchia, e che si preoccupa di evangelizzare nel rispetto della cultura di chi riceve la fede”.

La Chiesa e gli zingari, un rapporto che è molto cambiato negli ultimi anni. Quali sono stati i momenti più significativi?

Tutto è iniziato con il grande movimento scaturito dall’azione pastorale di Papa Paolo VI. Il Santo Padre accompagnò per mano la Chiesa all’interno del mondo nomade. Con lui, gli zingari sono diventati occasione di grazia per la Chiesa. Profetiche furono le sue parole “negli zingari troverete i valori evangelici, non andate ad evangelizzare, ma fatevi evangelizzare da loro. Il nomadismo è l’essenza della vita cristiana, intesa come un lungo viaggio verso Dio”. Dopo Paolo VI è stato Giovanni Paolo II a continuare questa riconciliazione con il popolo Rom. Prima con un clamoroso gesto, quando, fuori programma, alla sua prima visita ufficiale ad Auschwitz, andò a pregare sui luoghi in cui furono reclusi gli zingari. Lui che li aveva conosciuti nella sua infanzia a Cracovia. Seguirono poi altri due momenti molto importanti: la beatificazione del gitano Ceferino Gimenez Malla nel 1997, all’inizio della preparazione del Giubileo, e il famoso discorso del 1999 in cui Giovanni Paolo II ha ribadito il dovere della Chiesa di “chiedere perdono per le colpe storiche dei suoi figli” nei confronti del popolo rom per situazioni di “mancato discernimento dei cristiani rispetto a situazioni di violazione dei diritti umani”. Adesso, il nostro compito è far seguire a questi grandi gesti una conversione comunitaria. Ci aspetta un lungo cammino.

Qual’è il rapporto tra le parrocchie di Roma e la sua grande comunità?E’ un rapporto molto difficile. Nelle parrocchie romane esiste una cultura di accoglienza ed una relativa apertura ad iniziative pastorali molto coraggiose, a riprova, basti pensare alle numerose Caritas parrocchiali. Ma sono ancora “esperienze” e non possiamo parlare di una Chiesa missionaria. I parrocchiani, meravigliosi a rispondere alle singole iniziative, in particolare quando riguardano contesti lontani dalla loro realtà come il terzo mondo, ancora non si sentono responsabili in prima persona dell’evangelizzazione degli ‘ultimi’ che sono nella loro parrocchia. La pastorale degli zingari, come quella degli extracomunitari e degli emarginati è una pastorale di confine. La Chiesa di Roma ha riflettuto su questo nella Missione cittadina che ha preceduto il Giubileo e, le indicazioni che ne sono emerse per le parrocchie, mettono al centro dell’azione pastorale del futuro quella che viene definita la ‘teologia dell’emarginazione’, ispirata al Vangelo di San Luca “Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno dei cieli”.

 

Quali sono state le esperienze pastorali della Chiesa romana con gli zingari?E’ stato un cammino lungo, iniziato nel 1965 con la preparazione del grande incontro tra Paolo VI e il popolo nomade, avvenuto proprio nella Capitale.

 

Un periodo pionieristico molto bello, sembrava quasi che la Chiesa di Roma fosse missionaria in terra straniera. Venti anni di entusiasmo e passione, in cui gli zingari erano visti come un segno della missione universale della Chiesa. Dopo ci si è accorti che, in realtà, occorreva molto più tempo per consentire allo Spirito Santo di lavorare negli animi, e l’entusiasmo iniziale è scemato. La missione verso gli zingari deve essere un lento accompagnamento, condividendo con loro ritmi, affanni, sofferenze e disperazioni.

Esiste la carità nella sua ‘parrocchia’?Credo che la carità sia quella di intravedere il Vangelo del Signore negli zingari e di lasciarsi guidare da lui. Chi può essere più degli zingari l’immagine di Cristo, se Gesù è per antonomasia il rifugiato, il reietto, il disperato? Vivendo con loro, conoscendoli, si scopre che la carità è un aspetto fondamentale nella loro vita comunitaria. Per cultura, gli zingari amano il prossimo soprattutto quando questi è debole, anche se non è zingaro. Si avvicinano a chi è solo, a chi ha bisogno, a chi è malato. Ho visto barboni invitati a mangiare nelle loro tavole, insieme a loro. Ho visto far festa al ‘figliol prodigo’ uscito dal carcere, perché tutto il campo era stato carcerato con lui. Li ho visti nei cimiteri pregare e mettere fiori sulle tombe che non visita nessuno. Occorre la nostra umiltà per entrare nella loro cultura e conoscerli: sono un popolo in cui il lievito della fede è già radicato e sta lentamente maturando proprio attraverso la carità.

 

Ricorda la sua priva volta con gli zingari?

Natale del 1958. All’epoca ero vice parroco a Bolzano, nella mia Diocesi, ed insegnavo religione nelle scuole statali. Il Vescovo mi aveva affidato già da qualche mese la pastorale dei nomadi. Pensavo fosse un incarico sulla carta, che non richiedesse molto impegno, e lo trascurai per un po’ di tempo. La sera della vigilia di Natale ero ospite a casa di un collega e suonò alla porta una zingarella per chiedere delle offerte. Il mio amico, dopo aver aperto, mi chiamò è disse “questa è roba tua…”, orgogliosamente risposi “si, lo è”. Dissi alla bambina che il giorno seguente sarei andato a trovare la sua famiglia, e così feci. Erano accampati fuori città, nella zona industriale di Bolzano. Vivevano in delle roulotte trainate da cavalli, in un campo buio e freddo. Quando arrivai, mi stavano aspettando accovacciati all’interno della roulotte. Erano Rom di origine tedesca chiamati ‘i figli delle sette carovane’. Il vecchio, l’autorità del gruppo, mi cedette l’unica sedia dicendo “oggi è per te, sei il maestro”. Non avevo mai avuto la passione per gli zingari, al contrario di altri sacerdoti che volevano ‘zingarizzarsi’, però ho scoperto in quella circostanza quello che era il mio mandato. Capii che dovevo diventare loro amico e loro servo, una strada che non avevo mai prevista era invece quella che il Signore aveva scelto per me.

I nomadi sono diversi dagli altri disagiati che vivono a Roma? Perché è difficile per gli operatori sociali relazionarsi con loro, aiutarli?

Chi mai pensa che un nomade sia una persona da prendere sul serio? Chi pensa che il nomade possa essere un santo? Chi pensa che possa essere una persona con cui discuto dell’educazione comune dei nostri figli? Lo zingaro è soltanto un tipo a cui dare qualcosa con molto sospetto, la società lo ha già giudicato. Ma cosa sappiamo di lui? Di quando viene svegliato nel cuore della notte per essere sgomberato. Di quando le loro mogli non vengono accettate negli ospedali per partorire. E nessuno li aiuta. Nessuna parrocchia si mobilita per questi bambini costretti a nascere nelle roulotte. Gli zingari sono diversi dagli altri perché nella storia sono sempre stati abbandonati da tutti.

Che cosa ci impaurisce di questo popolo?Lo zingaro traduce ciò che è nascosto in noi, la nostra ipocrisia, la nostra superbia, perché resiste alle tentazioni di diventare come vogliamo essere noi: ricchi e potenti. Per questo abbiamo attribuito loro le nostre paure più terribili nel corso dei secoli. I Rom hanno per la maggior parte la nostra stessa cultura cristiana, parlano lingue molto vicine alle nostre, eppure non sono mai considerati. Parliamo dei problemi degli immigrati, di altre categorie di emarginati, di persone lontane dalle nostre vite, ma gli zingari li ignoriamo, siamo indifferenti. E l’indifferenza è la cultura della morte, la non esistenza.

 

I Rom come vedono le istituzioni e gli operatori sociali?

Come persone brave a parlare ed esperte in delusioni tremende. Promesse sempre mancate. A loro si può fare quello che si vuole. Come possono fidarsi degli assistenti sociali che entrano nei campi soltanto per togliere loro i bambini? Come possono fidarsi del volontariato che, come Giuda, ha venduto la propria gratuità e spesso si è rivelato soltanto un sistema ben organizzato per gestire grosse somme di denaro? Come possono avere fiducia delle istituzioni e delle forze dell’ordine che entrano nei loro accampamenti soltanto per farli evacuare.? Come fanno ad avere fiducia quando la loro parola non è mai creduta? Eppure mantengono sempre un’apertura nei nostri confronti, basta un gesto sincero perché ci perdonino. Una parrocchia che li accoglie, un parroco che li va a trovare, per poter fare festa.

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marzo 2008 – minacce di sgombero al Casilino 900

(di Fabrizio Boni e Donatello Conti)

Luce su Casilino 900 – prima parte

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